RICERCA DI IERI E DI OGGI

Rosario Nicoletti

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RICERCA DI IERI E DI OGGI

Quando ho cominciato a fare ricerca, ed in tutto il primo decennio della mia vita da ricercatore universitario, l’idea che si aveva di questa attività era abbastanza diversa da quella che si ha oggi. Allora il lavoro era vissuto in modo molto particolare, come una avventura intellettuale ed una sfida a problemi che la semplice curiosità portava alla nostra attenzione. La lettura di pubblicazioni che apparivano per qualche aspetto incomplete o contenenti errori dava lo spunto per iniziare un lavoro; oppure il semplice fatto che di una pianta commestibile non fossero state studiate le sostanze che impartivano il sapore amaro poteva avviare una ricerca.  Va aggiunto che la necessità di “pubblicare” non era imperativa come oggi.

  All’epoca coltivavo lo studio delle sostanze naturali; in questo campo il lavoro era diverso da quello che si fa oggi. Era necessario isolare da fonti naturali – spesso piante o materiali da esse derivati – delle sostanze “nuove”, cioè non descritte nella letteratura, e determinarne la struttura. Ho avuto il privilegio di vivere in un’epoca nella quale vi è stato un continuo ed impetuoso sviluppo dei metodi di determinazione strutturale per mezzo di misure fisiche: quando ho cominciato la mia attività l’unico strumento utilizzato era lo spettrofotometro UV. Poco dopo è arrivato lo spettrofotometro IR, e nei primi anni ’60 il primo strumento commerciale ci ha introdotto nel mondo della risonanza magnetica del protone.  Nella seconda metà degli anni ’60 si è aggiunta poi la spettrometria di massa. Sempre negli stessi anni vi è stato un fiorire di metodi di separazione delle miscele, basati sulla ripartizione tra fasi.

   Tutti i metodi spettroscopici erano nella loro infanzia, e l’indagine strutturale non poteva fare a meno della chimica: in sostanza i dati spettroscopici erano di aiuto, ma erano del tutto insufficienti per determinare una struttura. Così, si doveva demolire la sostanza di cui si conosceva la formula grezza e riconoscere i vari “pezzi”.  In quegli anni studiai i componenti dell’incenso, determinando la struttura di tre diterpeni macrociclici: il macrociclo formato da 14 atomi di carbonio, scheletro all’epoca riscontrato in un solo altro esempio.  

  Il ’68 mise fine al “sistema” che vigeva nelle università, modificando i rapporti tra le diverse categorie che popolano gli Atenei. La ricerca venne accusata di essere funzionale al prestigio ed alla vanità dei “baroni”: andava rivista nelle sue finalità. Negli anni che seguono altri fatti di portata planetaria, spingevano verso una riflessione sulle finalità della ricerca: la guerra di Kippur provoca una crisi energetica che porta alla ribalta le energie alternative, e cominciano ad affacciarsi i problemi legati al deterioramento dell’ambiente. Esce nel 1972 lo studio “The Limits to Growth”(1), commissionato all’MIT dal Club di Roma.

   Ci si è cominciati a chiedere in tutto il mondo, ed il settore energetico si è trovato in prima linea, se non era meglio dedicare i fondi per la ricerca alla risoluzione di problemi che insidiavano lo sviluppo economico ed il benessere. E’ sembrato così in tutto l’occidente che il rapporto tra ricerca di base e ricerca applicata fosse troppo a favore della prima, condotta dalle università e da istituzioni che beneficiavano di finanziamenti pubblici. In alcuni paesi, l’Italia in testa, l’espansione delle università rendeva quanto mai attuale questa problematica.

  In Italia nascono i “progetti finalizzati” per la chimica del CNR. Si tratta di fondi dati su progetti aventi una precisa “finalità”; l’obbiettivo è promuovere la collaborazione tra ricerca universitaria ed applicazione industriale. Questi “progetti” hanno fornito linfa vitale alla ricerca chimica universitaria, ed è stato a mio avviso, un modo positivo di orientare la ricerca, senza snaturare il suo aspetto più delicato, che è quello di lasciare libera e di rispettare la creatività del ricercatore.

   Negli USA, il Bayh-Dole Act (1980) autorizza le università alla proprietà di invenzioni derivanti da studi finanziati con fondi pubblici. Inizia così l’epoca nella quale le università USA divengono titolari e produttrici di brevetti. Questa attività è destinata ad aumentare nel tempo, e per citare qualche dato dal ’91 al’98 le domande di brevetto lievitano del 176% mentre il numero dei brevetti rilasciati aumenta del 131%.  In seguito, le università italiane si sono attrezzate per registrare dei brevetti; è stata fatta una legge che conferisce la proprietà dell’invenzione ai docenti.  Si vuole così incoraggiare a svolgere ricerche su tematiche suscettibili di applicazione.

  Le critiche ad un aumento della ricerca applicata a spese della fondamentale non sono mancate. E’ stato osservato che quei Paesi nei quali è stata sfavorita la ricerca libera e spontanea, a lungo termine sono risultati perdenti rispetto agli altri (2).  Ma vi è di più. All’aspetto puramente economico va aggiunto il valore immateriale che ha la ricerca nella maturazione culturale del Paese. Commentando il Piano Nazionale della Ricerca (2004-2006), il fisico Giorgio Careri, presidente della Commissione Ricerca Lincea, era particolarmente critico sul pensiero sotteso a tale piano. Riportiamo qui le sue parole: “il “capitale umano” -dizione già assai infelice – viene definito solo come “l’insieme delle conoscenze, capacità, competenze, prerogative degli individui che agevola la creazione del benessere personale, sociale ed economico”. Perché non viene riconosciuto anche il contributo umano alla crescita di cultura del paese?». Ed ancora: «In tutto il Piano si insiste su un punto: che la funzione della ricerca è quella di contribuire alla competitività del paese, con processi e prodotti competitivi sul mercato globale. È questa visione riduttiva della ricerca che noi non possiamo accettare»(3).

  Coinvolgere le università in una ricerca applicata e di sviluppo sembra essere la parola d’ordine negli anni alla fine del secondo millennio. Anche i “Programmi Quadro” europei sono creati in modo da favorire la ricerca applicata.

  Negli stessi anni circola insistente una parola d’ordine per le università: è la “valutazione”. Si pensa, attraverso la valutazione dei docenti, di migliorare l’istituzione universitaria, in quegli anni molto “chiacchierata”.  Sorgono così i “nuclei di valutazione”, che, anno per anno, producono ponderose relazioni. L’idea di valutare i docenti, categoria sotto attacco dei media, si fa strada tra i decisori politici. Nel 1998 viene creato il CIVR (Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca), e nel 1998 il CNVSU (Comitato Nazionale per la valutazione del Sistema Universitario). Da questi comitati nasce poi l’ANVUR, Agenzia Indipendente per la Valutazione della Ricerca di Enti pubblici e delle Università, che viene insediata il 2 Maggio 2011(4).      

   Se l’idea di valutare la ricerca può essere condivisa in astratto, i metodi seguiti non sono stati esenti da critiche. L’applicazione dei metodi bibliometrici per definire una collocazione numerica di pubblicazioni e brevetti è stata criticata dal CUN (5). La stessa “valutazione” della singola pubblicazione può suscitare perplessità: se non altro, è probabile che venga incoraggiato il conformismo nei metodi e negli argomenti trattati. Fortunatamente – almeno per ora – i dati raccolti sono stati aggregati per un giudizio su istituzioni, e non utilizzati sui singoli operatori. 

  Concludendo, non vi è dubbio che la ricerca oggi sia un lavoro abbastanza diverso da quello che si svolgeva pochi decenni fa. I condizionamenti, determinati dalle spietate leggi dell’economia e dell’efficienza che hanno invaso ogni attività della nostra vita, hanno modificato la vita del ricercatore, omologandolo, si spera solo in parte, agli altri lavoratori. Quanto questo giovi alla qualità della ricerca ed al progresso della società, lo scopriremo negli anni a venire.

 NOTE

1) http://www.donellameadows.org/wp-content/userfiles/Limits-to-Growth-digital-scan-version.pdf

2) Nature 381, 187-188 (1996)

3) Da una intervista su Repubblica del 20-5-2004

4) https://www.roars.it/online/appunti-per-una-storia-dellanvur-i/

5) https://www.cun.it/uploads/4011/moz_2012_07_11.pdf

 

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