REFERENDUM
Rosario Nicoletti



REFERENDUM
La battaglia referendaria si sta svolgendo purtroppo sul solito binomio – destra e sinistra – ed ha raggiunto livelli estremi: mi ricorda, per averli vissute, le elezioni del ’48. Allora, scese in campo al completo la Chiesa, e questo permise all’Italia di svincolarsi dall’abbraccio mortifero del Comunismo internazionale. Lo scenario di oggi, del tutto diverso, ha però in comune con allora l’attraversare un momento di grandi cambiamenti, alla ricerca di un nuovo assetto mondiale. L’UE, sulla quale l’Italia ha puntato tutte le sue risorse, è alla morte cerebrale, ed è tenuta artificialmente in vita, a beneficio di qualche paese e della sua classe dirigente. E’ una situazione nella quale l’Italia è stata trascinata nel tempo, contro il volere di gran parte dei suoi cittadini, che si sono estraniati dalla vita politica. Il Referendum al quale verremo tra poco chiamati svolgerà un ruolo simile a quello delle elezioni del’48: riformare la Giustizia significa liberare i cittadini italiani da gran parte di quei ceppi che hanno avuto negli ultimi decenni un ruolo straordinario nel condizionare la politica e tenere popolo e democrazia sotto tutela.
Io sono certo che esiste nel Paese una larga maggioranza per il SI: il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati ha avuto, anni fa, una approvazione plebiscitaria. Ma temo fortemente che molti cittadini, disincantati dalla politica, e dalle acrobazie del Governo Meloni, non vadano a votare e che alla fine il risultato del referendum verrà deciso dal duello tra i pochi che capiscono quale è la posta in gioco ed i fanatici ottenebrati dall’ideologia, che odiano il Governo e pensano di colpirlo con il NO.
In questa battaglia il fronte del NO in mancanza di argomenti solidi mette avanti falsità di ogni genere: tra queste, una delle più ripetute è il presunto pericolo nel quale sarebbe l’indipendenza della magistratura. E’ un punto importante sul quale è bene fare chiarezza, dato che si è sempre prestato ad equivoci. L’indipendenza deve essere assoluta per quello che riguarda il singolo magistrato; ciò che interessa realmente è che il magistrato nell’applicare le leggi e contestualmente interpretandole non sia condizionato da pregiudizi o peggio dipendenza da qualche fattore estraneo. E dato che emette sentenze in nome del popolo, quanto fa e delibera utilizzando la sua discrezionalità, deve essere in armonia con il senso comune ed i comportamenti del “buon padre di famiglia” (dizione che ricorre in qualche legge).
Nell”attuale sistema un CSM formato come immagine di Associazioni che delibera su carriere ed ogni dettaglio della vita professionale del singolo magistrato, assicura senz’altro l’assoluta indipendenza della magistratura nel suo insieme, ma condiziona il lavoro del singolo magistrato. Questi non interpreta le leggi secondo il comune sentire, ma secondo le opinioni dominanti nella associazione, alla quali egli è associato e dalla quale dipende la sua carriera. Concludendo: la vera libertà del magistrato si realizza con la legge oggetto del referendum, dal momento che si sgretola il sistema di potere che controlla i magistrati.
Chiarito l’equivoco sull’indipendenza della magistratura, un feticcio sbandierato senza che ne venga approfondito il significato, possiamo considerare altri argomenti a favore del NO. Uno portato avanti con apparente convinzione è la scarsa autorevolezza di un CSM selezionato per sorteggio, piuttosto che per elezione. L’argomento è risibile per una quantità di motivi. I due CSM, così come la Corte di Disciplina hanno funzioni di tipo amministrativo e non tecnico-giuridico; non occorre che i prescelti per l’ufficio siano grandi giuristi. D’altra parte, i padri dell’attuale sistema si sono sempre battuti contro i concorsi interni che un tempo regolavano l’avanzamento in carriera dei magistrati; proprio affermando che giudici e PM sono tutti uguali e non possono essere oggetto di valutazioni competitive. Il possibile asservimento dei PM alla politica, data la creazione di due distinti CSM, è un altro dei ricorrenti ritornelli: si tratta di un timore privo di qualsiasi fondamento razionale. C’è poi chi, senza alcuna base logica parla di un “tradimento” della Costituzione, e chi teme, senza specificarne i motivi, un “indebolimento” della magistratura nei confronti
del potere politico. Paura assurda, in quanto non deve esistere un “potere politico” che si contrappone a quello del Governo o del Parlamento
Vi sono infine una serie di obbiezioni che sono poco tecniche, ma molto insidiose, perché facilmente condivisibili dall'”uomo della strada”, cioè da chi conosce poco i problemi della giustizia. “La riforma non renderà più veloci i processi”; “La riforma non limiterà il numero degli errori giudiziari”; “La riforma non servirà a risolvere/lenire tutti i guai della giustizia”; e così via.
A tutti coloro che si trincerano dietro queste affermazioni (che a prima vista contengono un pizzico di verità) per non votare o votare NO va spiegato che il sistema attuale – sul quale la riforma inciderà in profondità – è l’ideale per mortificare merito e laboriosità: gli avanzamenti in carriera sono decisi dal CSM, gestito dalle correnti associative, mentre l’avanzamento dello stipendio avviene per semplice anzianità; meriti e de-meriti sono sempre decise dal CSM. Ciascuno può giudicare se lo scarsissimo numero di magistrati che subiscono una censura trova una corrispondenza nella qualità del lavoro che svolge complessivamente la macchina giudiziaria. E’ evidente che la riforma non è la bacchetta magica con la quale si risolvono tutti i numerosissimi problemi della Giustizia; anzi si può dire che in caso di approvazione occorreranno anni per vedere i risultati. Ma è un passaggio INDISPENSABILE per mettere l’organizzazione della giustizia in grado di funzionare su criteri di merito e di operosità e non su quelli delle amicizie e della fedeltà a gruppi organizzati. Sono decenni di un regime guasto che ha consentito ai magistrati di percepire l’ufficio da essi svolto come qualcosa della quale non si dovesse rendere conto al popolo del paese di appartenenza, ma a dei colleghi da essi stessi votati; è abbastanza evidente come il sistema in essere possa aver cambiato in alcuni o molti il modo di interpretare le leggi o l’impegno nel lavoro. La vittoria del SI al referendum darebbe la possibilità alla maggioranza dei magistrati che svolgono con abnegazione il proprio lavoro di vedere riconosciuti i loro meriti: una vera svolta nella amministrazione della Giustizia in Italia.
14 Gennaio 2026
