LAUREA IN MEDICINA
Rosario Nicoletti



LAUREA IN MEDICINA
Nell’immaginario collettivo, la laurea in Medicina è una delle più prestigiose, dando accesso ad una professione che malgrado tutto gode ancora di una alta considerazione. La possibilità di iscriversi a questo corso di laurea è da molti anni oggetto di restrizioni, dovendo i candidati qualificarsi in un esame selettivo: proteste e critiche di vario genere hanno sempre accompagnato le prove relative. Quest’anno, una legge ha modificato quello che viene chiamato il “concorsone ” per accedere ai corsi di laurea di Medicina, Odontoiatria e Veterinaria: il primo semestre, dedicato allo studio di materie che sono alla base della medicina – Fisica, Chimica, Biologia- si conclude con delle prove scritte: quelli che hanno ottenuto la sufficienza ed i più alti punteggi potranno iscriversi ad uno dei tre corsi di laurea.
In un passato ormai lontano, fino al 1923, era possibile iscriversi a Medicina dopo il diploma in materie classiche; in seguito, e fino al 1969 questa possibilità era offerta solamente a coloro che avevano conseguito la Maturità Classica o Scientifica. La necessità di limitare il numero degli iscritti nei corsi universitari divenne imperativo negli anni che seguono, dato che con la legge Codignola (1969) tutti i diplomati in corsi superiori quinquennali avevano diritto ad iscriversi a qualsiasi Corso di Laurea. I problemi maggiori riguardavano le facoltà nelle quali esercitazioni e seminari sono impegnativi: le facoltà mediche, anche per la delicatezza delle professioni alle quali danno accesso, sono state tra le prime a porsi il problema di selezionare gli iscritti.
Per comprendere fino a fondo i problemi coinvolti dal gran numero di aspiranti a conseguire la laurea in medicina, è necessario capire come si è trasformata la scuola media e superiore nel tempo. Negli ultimi anni del diciannovesimo secolo e nelle prime decadi del ventesimo, la scuola era selettiva e si svolgeva approssimativamente in due tempi: il primo periodo comune a tutti ed obbligatorio, mentre la seconda parte si divideva in due strade. Una di queste portava ad avere competenze e titoli che davano accesso al lavoro; l’altra puntava ad una formazione culturale che costituiva base e premessa per accedere ai corsi universitari. Questo ruolo era svolto dai licei: il “liceo classico” ed il “liceo scientifico” sono sopravvissuti fino ad oggi con qualche modifica in peggio.
La “formazione” nei licei aveva base nello studio del mondo classico, inclusa lingue latina e greca (nel “liceo classico”), della filosofia e della matematica che comprendeva programmi di geometria. Lo studio di queste materie, così come la traduzione in altra lingua, la composizione di uno scritto e la dimostrazione dei teoremi abituava al ragionamento ed alla logica, che sono strumenti indispensabile per praticare il metodo scientifico, chiave per risolvere i problemi. L’analisi logica e la grammaticale addestravano a confrontare i dati, cioè le parole che compongono la frase con le nozioni grammaticali e sintattiche; era un modo per addestrare la mente a ragionare su due livelli, uno reale e l’altro teorico, cioè ad usare il metodo scientifico.
La scuola di oggi ha abbandonato ogni velleità di addestrare al ragionamento. L’insegnamento è stato trasformato nella memorizzazione di nomi e di definizioni; senza vergogna ciascun uomo politico propone un nuovo argomento da trattare a scuola. Dal codice della strada al risparmio
gestito, passando per il sesso sicuro, tutto può essere argomento di indottrinamento scolastico. Il risultato è che pochi sono i diplomati in grado di capire il significato di un breve scritto.
Tenendo conto delle trasformazioni subite dalla scuola, diventa comprensibile come nel passato l’accesso alla facoltà di Medicina fosse limitato a studenti che avevano avuto una adatta formazione, e che oggi l’ingresso alle facoltà mediche non può essere indiscriminato, non solo per ragione di numeri, ma anche di attitudine degli studenti. Pensare a “liberalizzare” gli accessi, contando in una selezione “sul campo” – come sembra essere la soluzione vagheggiata da alcuni – porterebbe al disastro la preparazione del medico. Il livello dell’insegnamento, in qualsiasi scuola, è dato da quello degli insegnanti, ma anche dalla qualità degli allievi.
Per essere un buon medico è necessario avere molte doti, ed è certo che una delle più importanti è quella di sapere valutare i fatti ed essere capaci di inquadrarli nel sistema di conoscenze che costituisce l’arte medica. Se è indispensabile conoscere la materia, è altrettanto importante sapere applicare il metodo scientifico, che consiste nella capacità di correlare i fatti alle cause che le determinano: in questo senso, il nozionismo che regna nelle scuole è inutile nella formazione dei medici. In attesa che il sistema “rinsavisca” e che vengano istituite – sia pure tra le altre – scuole nelle quali si impara a ragionare, andrebbero trovati strumenti di selezione in grado di riconoscere negli aspiranti alle lauree mediche quelle capacità logico-deduttive che nel passato potevano essere acquisite nei migliori licei.
Non si può affermare che i diversi tentativi fatti nel tempo per selezionare i futuri medici corrispondano a quanto sopra esposto. Le selezioni, organizzate dopo i primi tentativi “artigianali”, si sono tradotte in un “concorsone” nazionale con unica graduatoria che permette l’iscrizione dei vincitori alle facoltà mediche di tutte le università statali italiane. Le prove sono basate unicamente sulle risposte ad una serie di “quiz” per i quali va scelta la risposta giusta. Mi sono procurato il materiale della prima prova (svolta secondo la nuova normativa) per avere un’idea sulla valanga di critiche piombate da ogni parte. Su 30 quesiti della Chimica, circa metà sono di tipo puramente mnemonico, mentre i restanti sono piuttosto semplici per chi ha un minimo di conoscenza della materia. Sulla Fisica non sono in grado di dare un giudizio altrettanto motivato, ma mi sembra che i quesiti affrontino molti diversi aspetti della disciplina e, di conseguenza, richiedono più di quanto sia ragionevole aspettarsi da un giovane che vuole studiare medicina. Qualcosa di simile può dirsi anche a proposito della Biologia.
Complessivamente, sono convinto che il sistema di selezione ideato, anche per come è stato realizzato, sia del tutto inadeguato. In linea di principio, avere delle basi nelle tre discipline sulle quali si costruisce l’arte medica, può essere utile e servire come criterio di selezione: ma l’accertamento dovrebbe riguardare la capacità di ragionare applicando i principi che sono alla base in alcuni campi di queste discipline, non nella possibilità di ricordare dettagli o formulette che sono parte di esse. Che le doti di cui sopra emergano da un “concorsone” nazionale basato su quiz, mi sembra un obbiettivo impossibile da raggiungere: per quello che vale la mia esperienza di docente, che non creda differisca da quella di molti colleghi, le capacità di ragionamento si riconoscono o attraverso un colloquio, o leggendo un elaborato scritto.
Non so se l’idea del concorso nazionale – che presenta indiscutibilmente alcuni pregi – sia semplicemente irrealizzabile se si vuole selezionare gli studenti con un criterio che non esprima solo la “quantità” dello studio, ma anche la sua “qualità”, cioè la capacità di utilizzare le nozioni per trarne ragionamenti di tipo logico-deduttivo; una possibilità offerta dalla nostra mente e che è sta diventando sempre meno praticata. Forse, tutto diventerebbe più semplice se ciascuna università decidesse sulle prove di ingresso alle facoltà mediche e si servisse dei quiz solo per ridimensionare il numero degli aspiranti, ma lasciando ai sistemi tradizionali l’ultima parola.
10 Gennaio 1926
