LA PRODUZIONE DEI FARMACI
Rosario Nicoletti



LA PRODUZIONE DEI FARMACI
La prima metà del XX secolo è caratterizzato dai molti successi nella preparazione di nuovi farmaci: sono nati i barbiturici ad azione ipnotica, i sulfamidici (sostanze ad azione antibatterica), molti anestetici locali; è stata scoperta la Penicillina, il primo degli antibiotici, che rappresentano ancora oggi un presidio insostituibile nella lotta alle infezioni batteriche, malanni molto temuti nel passato. In quegli anni, la corsa alla scoperta di nuovi farmaci pareva inarrestabile; di pari passo cresceva l’uso spensierato di questi rimedi miracolosi. Nel mentre si creavano con la chimica nuove sostanze con proprietà terapeutiche, si evolveva anche il modo con il quale venivano somministrate questi “principi attivi”, che una volta riconosciuta la sicurezza ed efficacia comparivano nella Farmacopea, una pubblicazione che elenca gli ingredienti che possono essere utilizzati in rimedi contro i malanni. Venivano individuati i e descritti in questa specie di catalogo anche i così detti “eccipienti”, sostanze che si aggiungono al principio attivo per poterlo veicolare, in modo da avere compresse, sciroppi, o soluzioni iniettabili. Era un’epoca nella quale i farmacisti più intraprendenti vendevano rimedi come prodotti “galenici” per le patologie comuni e di limitata gravità, mentre ogni farmacia preparava i rimedi secondo le “ricette” che scrivevano i medici: in ogni caso seguendo le indicazioni e le regole della Farmacopea. Come avvenuto in molti altri settori, con l’accresciuto consumo dei medicinali si è sviluppata una industria specializzata che scopre e poi confeziona i farmaci con ricette standard, mettendoli poi in commercio sotto il nome di “specialità medicinali”: qualche farmacista è diventato industriale farmaceutico di successo. Carlo Erba aveva una farmacia a Milano, mentre Francesco Angelini era farmacista ad Ancona.
Due eventi tragici, dei quali ci si è accorti nel corso degli anni hanno creato la consapevolezza che i farmaci oltre agli effetti benefici, ne hanno anche di avversi, che possono anche manifestarsi a distanza di tempo.
Alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, la chimica aveva fornito, a conclusione di una serie di studi una sostanza nuova ad azione estrogena. Era nato il DES (dietilstilbestrolo) che avrebbe fatto molto parlare di se. Questa sostanza venne usata estesamente e prescritta a donne in gravidanza per allontanare le minacce di aborto. Dopo diversi anni ci si accorse che le femmine, nate da madri che avevano assunto il DES, venivano colte da una forma di tumore all’utero molto raro in età giovanile: le migliaia di casi registrati furono messi in relazione all’uso del DES. Un secondo tragico evento riguarda la Talidomide: sembrava all’inizio un farmaco prezioso capace di sostituire i barbiturici senza avere la tossicità di questi ultimi. Venne così somministrato a molte donne in gravidanza; purtroppo, ci si accorse che provocava la nascita di soggetti focomelici, cioè caratterizzati dal mancato sviluppo di tutti gli arti.
Raggiunta la piena consapevolezza dei rischi che l’assunzione di nuovi farmaci comporta, il percorso da seguire per mettere in commercio un nuovo rimedio è diventato molto complesso.
Alla fine dello scorso secolo, le regole per “registrare” (cioè vederlo comparire nella Farmacopea) un nuovo “principio attivo”, ovvero una sostanza dotata di proprietà terapeutiche, sono diventate molto più stringenti. Si deve sapere in dettaglio che cosa accade se somministrata ad un essere umano, studiando quale sarebbe il destino della sostanza stessa; come si distribuisce nei vari distretti del corpo; come viene eliminata ed in quanto tempo; quali sono i “recettori” con i quali interagisce. I recettori sono piccole parti delle cellule alle quali si legano i farmaci determinando una “risposta” della cellula. Tutto ciò viene studiato in laboratorio e su animali, e serve da guida per sapere quali potrebbero essere gli organi bersaglio della sostanza. A parte vengono esaminati i possibili effetti avversi a lungo termine, somministrando la sostanza ad animali per un anno. Sempre su animali si fanno prove per eventuale teratogenesi. Tutti questi studi – rappresentati da esperimenti con i relativi risultati – devono avere una descrizione dettagliata in “quaderni” con pagine numerate, che vanno presentati alle autorità sanitarie. A questa prima fase, che serve a capire se la sostanza è “sicura”, seguono le prove cliniche per verificarne l’efficacia terapeutica, svolte in due diverse fasi, la seconda delle quali è in “doppio cieco” (pazienti e revisori non sanno quali sono i soggetti che hanno ricevuto la sostanza e quelli che hanno ricevuto il “placebo”). La documentazione per la approvazione deve infine comprendere il procedimento con il quale è stato sintetizzato il principio attivo ed i metodi analitici per controllarne la purezza. Ogni nuovo farmaco deve essere seguito quando raggiunge il mercato, per riconoscere eventuali effetti avversi, oltre quelli identificati durante le prove cliniche. Per quanto riguarda le sostanze utilizzate per veicolare il principio attivo, se non si tratta di comuni nutrienti, anche esse devono essere sottoposte ad indagine più o meno complesse per essere certi che non arrechino danni una volta assunti da esseri umani.
Per quanto la composizione dei farmaci fosse relativamente semplice ed interamente sotto il controllo della Chimica, il rigore che veniva richiesto nella purezza dei componenti e la complicazioni delle procedure per portare sul mercato il nuovo farmaco assicurandone la sicurezza avevano un peso economico notevole; c’era chi giudicava eccessivo il rigore delle regole e addirittura funzionali ad una selezione delle ditte in grado di superare le difficoltà. I costi da sostenere e non ultima l’incertezza del risultato – è facile scoprire durante un percorso di anni che la sostanza in studio non è utilizzabile per effetti avversi che compaiono in itinere – restringevano la possibilità di avventurarsi nello sviluppo di un nuovo farmaco ad un numero limitato di aziende. Quanto sopra era sorvegliato dalle autorità di controllo, i cui nomi (talvolta gli stessi) sono oggi sulla bocca di tutti (FDA,EMA, AIFA) ed esse agivano come inflessibili censori del lavoro delle farmaceutiche. Forse a seguito degli implacabili controlli, o per il fenomeno della concentrazione del capitalismo, il numero delle farmaceutiche è oggi molto ridotto ed è scomparsa la pletora delle ditte piccole e medie in grado di portare sul mercato un nuovo farmaco. Al mondo vi sono poche grandi ditte che chiamiamo Big Pharma.
Parallelamente, ma sempre come rimedi per le malattie, venivano sviluppati i “vaccini”, che avevano lo scopo di non di curare, ma di prevenire. La storia di questi rimedi è del tutto diversa. I farmaci sono nati dallo studio di estratti di piante o di animali e poi cresciuti nel numero, essendovi la possibilità offerta dalla Chimica di sintetizzarne dei nuovi. I vaccini nacquero come rimedi empirici, la cui data può essere indicata nel 1796, anno nel quale un medico inglese fece l’osservazione che le donne incaricate di mungere le vacche – spesso affette da una forma di vaiolo – non contraevano questa malattia, all’epoca endemica. Tale osservazione lo spinse a “vaccinare” (o inoculare) con un preparato ottenuto dalla pustola di un bovino un bambino di 8 anni. Non si sviluppò la malattia (fortunatamente) ed il soggetto ne divenne immune.
I vaccini agiscono obbligando l’organismo a sviluppare anticorpi specifici per una malattia, e questo vale ugualmente per le affezioni date da batteri e quelle da virus, simulando in qualche modo l’immunità che si ottiene da molte malattie, una volta da esse superate. Naturalmente le conoscenze sui meccanismi che l’organismo dei viventi mette in moto sono oggi di gran lunga maggiori di quanto non fossero all’epoca della scoperta dei vaccini; questo ha permesso di preparare tali rimedi con procedimenti differenti, anche se si tratta sempre di preparati biologici in grado di “scatenare “una risposta immunitaria. Il vaccino può essere costituito da organismi (inattivati o uccisi) oppure da parte di essi (antigeni); recentemente, sono stati introdotti i vaccini a mRNA, sui quali torneremo a breve. L’origine dei vaccini e la stessa composizione che non può essere controllata con metodi chimici (nella preparazione, come nelle analisi), in aggiunta al semplice fatto che sono indirizzati ad una platea di soggetti sani, fanno si che i controlli possibili sono differenti da quelli subiti dai farmaci. Mi riferisco ai controlli delle Autorità Sanitarie, che hanno sempre avuto il compito di vigilare, affinché i rimedi in commercio contro i malanni fossero sempre “sicuri ed efficaci”.
Semplificando, si può dire che i vaccini, dopo alcune prove che ne assicurino la non tossicità e la capacità di fare produrre degli anticorpi, vengono sottoposti alle prove cliniche, volte a stabilirne l’efficacia. Tutta la parte che riguarda studi che permettono di conoscere come una certo preparato interagisce con l’organismo umano (Interazione con i diversi organi, effetti a lungo termine come teratogenesi e cancerogenesi) può essere “saltata”. La strada privilegiata- se così si può dire – che viene utilizzata per approvare un vaccino, forse dovuta anche alla storia di questi rimedi, ha una base razionale nel fatto che un vaccino tradizionale (organismi uccisi o inattivati, antigeni) non ha effetti sistemici; in altre parole, la quasi totalità del materiale estraneo introdotto con l’inoculo rimane nella zona periferica.
Un discorso a parte va fatto sui vaccini a mRNA, creati utilizzando una nuova tecnica scoperta dal Dr Robert W. Malone alla fine degli anni ’80. Essa consiste nell’avere trovato un sistema per “indurre” le cellule di un organismo vivente a produrre una certa sostanza, veicolando le “istruzioni” (un mRNA) in modo adatto affinché esse possano introdursi nelle cellule; ciò avviene utilizzando come veicolo microgocce di lipidi, sostanze della stessa famiglia dei grassi. Quando è comparsa una pandemia, è sembrata una buona occasione per preparare un vaccino innovativo utilizzando la tecnica ad mRNA. Conoscendo la struttura del virus e della proteina Spike, nonché il ruolo di quest’ultima nell’attacco del virus, è stato possibile preparare un mRNA parzialmente modificato, che, introducendosi nelle cellule, le rendono produttrici della Spike, che esercita il suo effetto antigenico. Tutto appare semplice ed efficiente, ma il diavolo si nasconde nei dettagli.
A differenza di quanto accade con i vaccini tradizionali, l’mRNA veicolato dalle microparticelle raggiunge il torrente sanguigno e si diffonde in tutto il corpo: le cellule di tutti gli organi possono diventare produttrici della Spike. In aggiunta, l’mRNA, essendo modificato per evitare che venga rapidamente distrutto, permane nell’organismo un tempo indefinito; quindi non è dato prevedere tempi e quantità della proteina (cioè l’antigene)che verrà prodotta nell’organismo. Tutto ciò è in contrasto con la accettabilità di qualsiasi farmaco, per il quale quantità e persistenza sono due grandezze che consentono di valutarne efficacia e tossicità. Infine, il fatto che questo siero interessi l’intero organismo, tradisce il principio per il quale i vaccini subiscono un controllo semplificato sulla loro sicurezza; per essi, infatti, è prevedibile solo un effetto “locale”. E’ stata una autentica truffa l’avere proposto i sieri ad mRNA quali “vaccini”, per quanto riguarda le autorizzazioni al commercio, dal momento che essi andavano considerati “farmaci”, che necessitano di studi più approfonditi.
E’ mio fermo parere che solo menti criminali possono ritenere accettabile inoculare persone sane con un siero che stimola la produzione di un antigene (proteina Spike) altamente tossico, per un tempo indefinito ed in quantità ignote. Va aggiunto che le così dette autorità hanno fatto di tutto e di più per sabotare la così detta “farmacovigilanza”, cioè il controllo “post market” che è doveroso fare per ogni rimedio “nuovo” immesso nel mercato.
Il risultato ottenuto è duplice, ed illustra a perfezione lo stato in cui versa la sanità nel mondo occidentale: una parte dei cittadini ritiene che tutto sia andato per il meglio, e che le voci dissonanti siano semplicemente quelle di malati mentali; un’altra parte, sicuramente minoritaria, sa che ci sono stati migliaia di morti, milioni di danneggiati e crede che le “autorità”, almeno in Italia, facciano di tutto per occultare la realtà.
La così detta pandemia, accompagnata nel suo svolgersi da una quantità di fatti e di provvedimenti a supporto della sua tragicità, è il paradigma della corruzione in cui si trova la sanità nel mondo occidentale. Con qualche eccezione, nei diversi paesi tutto è stato orchestrato per indirizzare la pubblica opinione verso una unica fonte di salvezza: i vaccini, mentre ogni altro rimedio andava combattuto. In realtà, da alcuni anni la finanza internazionale e Big Pharma, come illustreremo più avanti, avevano individuato questi rimedi come un “campo dei miracoli” dove la semina può portare a raccogliere oro. Mentre i malati sono in numero limitato, quelli in buona salute sono ben più numerosi: convincendoli a vaccinarsi, diventano tutti clienti; le malattie sono tante e tanti i vaccini possibili.
In questo progetto si tiene in poco conto il fatto che l’assunzione di un qualsiasi rimedio ad un malanno (farmaco, vaccino, siero) porta con sé un rischio, da valutare in rapporto al beneficio. In questo rapporto, il farmaco è ben diverso dal vaccino. Il primo è assunto da un malato, il quale può affrontare un rischio che sia in ragionevole proporzione al pericolo rappresentato dal malanno di cui soffre. Nel caso del vaccino, per la stessa valutazione, concorrono diversi fattori. La gravità del male che si pensa di evitare; l’efficacia nel prevenire l’infezione; la probabilità di ammalarsi; l’entità e la frequenza degli effetti avversi. L’assunzione riguarda poi una persona sana, e l’insieme di tutto ciò comporta una netta differenza tra un farmaco ed un vaccino: nel caso del rimedio che “previene” entrano in gioco diversi fattori, alcuni dei quali hanno un elevato tasso di soggettività e ne consegue che nel rapporto rischio-beneficio che va fatto per ogni rimedio terapeutico, atteggiamenti ed opinioni personali hanno un ruolo decisamente maggiore nel caso dei vaccini.
Da molti anni, sull’onda di alcuni straordinari successi, le vaccinazioni sono diventate oggetto di attenzione da parte delle autorità sanitarie, si da proporre inoculazioni obbligatorie per i nuovi nati o campagne di somministrazione ricorrente per malattie stagionali. Questo sistema, che può avere aspetti positivi, crea però una pressione, che, anche se motivata dalle migliori intenzioni, finisce col falsare la serenità con la quale va giudicato il beneficio che deve avere la somministrazione di ogni rimedio alle infermità, ipotetiche nel caso dei vaccini. Anche il lessico che viene utilizzato da parte delle autorità per descrivere questi rimedi presenta un uso eccessivo di frasi ed affermazioni che vogliono convincere il lettore della “efficacia e sicurezza” di questi rimedi (vedi: htpps://www.aifa.gov.it/vaccini).
Non sono in grado di valutare quanto sia indebita la pressione quotidiana che tutti provano per sottoporsi a vaccinazioni di ogni genere e di valutare il rapporto rischio beneficio per la miriade di vaccini esistenti, non essendo un tecnico del settore. Lascio ad altri questo compito, ammesso che siano stati raccolti dati sufficienti: cosa che le “autorità” si sono ben guardate dal fare nel caso dei vaccini Covid.
La disinvoltura mostrata nella pandemia, durante la quale si sono somministrati sieri ancora dichiaratamente in fase sperimentale (sebbene la pericolosità fosse prevedibile), non è un buon esempio di uso dei vaccini. Molte altri elementi mi lasciano perplesso: neonati che stanno attraversando un momento di adattamento con un sistema immunitario dormiente ed un microbiota ricevuto dalla madre vengono “bombardati” da tre vaccini (somministrati in contemporanea). Addirittura sei vaccini vengono inoculati insieme ai bambini: dubito sulla esistenza di studi affidabili nei quali la somministrazione multipla sia stata valutata. Inoltre un evento simile non trova riscontro nelle infezioni delle quali si può essere contagiati naturalmente. Concludendo, è difficile capire se tutta la propaganda che viene fatta a favore delle vaccinazioni – propaganda indiscriminata e genericamente rivolta a qualsiasi vaccino – vada a beneficio dei cittadini o piuttosto alle casse di Big Pharma.
Le storture alle quali abbiamo assistito recentemente hanno portato all’attenzione un vecchio problema, che riguarda la produzione di ogni bene indispensabile di largo consumo: se è giusto mettere in mani private la produzione dei farmaci, con la possibilità che la speculazione porti ad un uso distorto di questi preziosi rimedi. Parlando di produzione si deve tenere ben presente la ricerca, cioè il lavoro che c’è dietro la commercializzazione di un nuovo rimedio, farmaco o vaccino che sia. Per avere qualcosa di nuovo sono necessari due passaggi molto diversi tra loro: in un primo momento si individua una sostanza od un preparato biologico che potrebbe essere un rimedio o prevenire una patologia, mentre per arrivare al prodotto in commercio è necessario un lavoro lungo e dal risultato incerto. Da un decennio o poco più è entrata in uso una categoria di farmaci, qualificabili come “biologici” che hanno una origine biologica (sono preparati biologici. Per saperne di più vedi: htpps://www.aifa.gov. it/farmaci biologici ) e seguono un percorso per la preparazione e la valutazione della sicurezza simili a quella dei vaccini; a differenza di questi ultimi sono utilizzati in terapia. Particolarmente promettente è il loro utilizzo nei tumori.
Il primo passo al quale abbiamo fatto cenno, individuare una sostanza od un preparato “promettente”, è relativamente poco costoso, ma è stimolante e può essere svolto in ogni ambiente dove si faccia ricerca biologica, sia esso accademico, di una piccola impresa o di una Big Pharma. La seconda fase è molto più complessa: si comincia ad operare in laboratorio, per poi procedere con le prove cliniche. Questa porterà, se tutto va bene, allo “sviluppo” del nuovo ritrovato, farmaco, farmaco biologico o vaccino che sia. Il percorso da seguire per il farmaco “chimico” è il più complesso, dura anni e richiede tempo e mezzi finanziari. Il lavoro necessario, di tipo ripetitivo, spesso meccanico, di scarsa gratificazione, è quello di una squadra che difficilmente può essere efficiente e raggiungere gli obbiettivi,, se non è mossa ed organizzata in un tornaconto economico. I grandi investimenti necessari per portare sul mercato un nuovo farmaco, giustificano l’esistenza di brevetti per avere la possibilità esclusiva di vendere quel rimedio; brevetti hanno una durata limitata negli anni. Alla scadenza chiunque può copiare l’oggetto di un brevetto, e questo ha creato il mercato parallelo dei farmaci “equivalenti”, chiamati anche “generici”. Anche In questo caso, le Autorità Sanitarie devono dare l’autorizzazione al commercio, ma il controllo è limitato ad accertare che il preparato sia “bioequivalente”; semplificando, significa che deve avere la stessa efficacia terapeutica. La creazione di questo canale separato di produzione ha permesso la rinascita e lo sviluppo di tante industrie farmaceutiche, di piccole medie dimensioni, che hanno la missione di preparare farmaci copia di quelli per i quali è scaduto il brevetto, comprando sul mercato gli ingredienti necessari. Naturalmente, i”grandi” non hanno gioito di questa concorrenza.
Tra le conseguenze della globalizzazione, va ricordata la delocalizzazione delle attività industriali, che hanno colpito anche il settore farmaceutico; questo ha addirittura anticipato in parte la globalizzazione, avendo subito trasferimenti verso paesi dove le regole ambientali sono meno stringenti. Più coinvolte le produzioni di principi attivi, quasi tutti sintetizzati con processi chimici, che comportano elevati costi per farli ad un livello soddisfacente di protezione ambientale. Durante la crisi dei trasporti per la pandemia, si è avuto l’assottigliamento delle scorte o la scarsità di alcuni farmaci: ci si è resi conto che la reperibilità di beni indispensabili come i farmaci non è bene affidarla ad un mosaico di aziende sparse in tutto il mondo che devono comunicare tra loro.
Pensando a quanto sia grande il mercato dei rimedi per la salute e quanto grandi siano le somme che vengono investite per introdurre qualsiasi novità, non è difficile che l’aspetto “denaro” prenda il sopravvento e “scienza e coscienza”, i due ingredienti che sono a caposaldo della medicina in tutti i suoi aspetti, vengano messi ogni tanto da parte. E’ comprensibile così l’idea di Big Pharma di rivolgere ogni attenzione ai vaccini e fare pressioni per un loro impiego quanto più esteso.
Sull’onda di quanto accaduto nell’epoca Covid – una specie di mobilitazione generale per ostacolare ogni rimedio o cura che non fosse un “vaccino” preparato ad hoc ed utilizzato ancora in fase sperimentale – durante la quale si è potuta osservare come le autorità di controllo si preoccupassero della riuscita della campagna vaccinale, piuttosto che degli effetti avversi provocati dai sieri (leggere Marianna Canè -“Effetto Avverso” – Edizioni Byoblu), molti si sono posti il dubbio se il business dei farmaci debba essere sempre ed esclusivamente affidato ad imprese private. L’impagabile Commissione Europea, che tanto si è distinta nel commissionare con rito segreto miliardi di dosi di vaccino, molte delle quali sono andate al macero, sull’onda emotiva della pandemia, ha fondato Hera, una istituzione per la ricerca e lo sviluppo di farmaci. Sulla stampa non sono apparse molte notizie su questa istituzione, anche se si può dare per certo che siano già in erogazione sostanziosi stipendi per un certo numero di fortunati. Il parere di chi scrive è che lo Stato, tranne che in momenti storici eccezionali, non è l’imprenditore ideale: affidare sviluppo e produzione di rimedi che hanno una grande importanza nel benessere dei popoli sarebbe un errore.
Personalmente, trovo che quanto accadeva nella seconda metà dello scorso secolo nei meccanismi di produzione e controllo dei farmaci, fosse tutto sommato accettabile. Anche se il pouf del salotto di Poggiolini nascondeva 5 milioni di lire, i controlli funzionavano abbastanza bene, e disastri come quelli provocati dal DES o dalla Talidomide non si sono più visti per più di mezzo secolo. E’ necessario a questo punto ricordare che le conseguenze della globalizzazione – della quale vediamo il riverbero nelle questioni qui trattate – sono cominciate ad apparire all’incirca dopo qualche anno del nuovo millennio. Tra queste, va ricordata la perdita di patria delle grandi industrie (a seguito della internazionalizzazione) e – se così si può dire – la scomparsa di una etica dell’ impresa, che ora svolge una attività cecamente dedita al profitto. Del resto è naturale che la grande finanzia internazionale cerchi costantemente di sistemare i capitali con la più alta redditività possibile: non ci sono migliori settori del farmaceutico e della salute in genere per assicurarsi profitti.
Quelli che qui seguono sono dati tratti da un articolo di Maddalena Loy, apparso su La Verità del giorno 7 Febbraio 2026; si riportano brani di lettere e messaggi intercorsi fra vari personaggi amici e sodali di Epstein, grande faccendiere, oramai sulla bocca di tutti. L’aspetto che ci riguarda sono le notizie sulle trattative di affari tra i membri del sodalizio, che si affiancavano alle attività sessuo-criminali della combriccola.
– Nel 2011 Epstein fa da intermediario tra la Bill Gates & Melinda Foundation (BG&MF) e J.P. Morgan per creare un nuovo fondo di investimento: il Global Health Investment Fund.
– In pari data Epstein scrive ad un dirigente della JP Morgan “Sarà la più grande fondazione del mondo: l’obbiettivo è far soldi attraverso un ente di beneficienza”.
– In una lettera del 9.3.2015un funzionario della BG&MF scrive al Presidente dell’International Peace Institute per chiedere un incontro tra esperti per discutere come affrontare una pandemia.
– Del 24 Maggio 2017 c’è una corrispondenza tra BG, Epstein e Boris Nikolic dove si menziona la pandemia come campo di interesse strategico
– La preparazione alla pandemia, tracciando i diversi ruoli da svolgere, è l’oggetto di messaggi del cellulare di Epstein (siamo nel 2017). L’ufficio di BG, il team vaccinale presso la Merk, il WEF (Word Economic Forum), ed altre istituzioni. Nello stesso periodo , un collaboratore di Epstein scrive: “ho appena fatto una simulazione pandemica”
– Il 18 Ottobre 2019 si svolge a New York una esercitazione pandemica, organizzata da J. Hopkins Center for Health Security , WEF,BG&MF.
– Qualche anno prima, nel 2015 Moderna aveva avviato studi sui vaccini ad mRNA, ed il 12 Dicembre 2019 ebbero luogo i primi test su animali di questi sieri.
– A questi dati va aggiunto il fatto che l’OMS, dominus nella pandemia, è per l’80% del suo budget finanziato dalla fondazione di Bill Gates.
Quanto abbiamo riportato sono solo frammenti di un “lavoro” svolto dietro le quinte per prepararsi (o preparare?) alla (la) pandemia. Una cosa è certa, ed è dimostrata dal seguito al quale abbiamo assistito: la pandemia è stata l’occasione per rastrellare una montagna di soldi dai cittadini, che è finita nei forzieri della finanza internazionale in qualità di azionista di Big Pharma. Che poi questi soldi dei cittadini siano stati spesi nel migliore dei modi per tutelarne la salute, non credo che ci siano molti in grado di sostenerlo. Ed è più di un sospetto che la gravità della pandemia sia stata volutamente amplificata, sbarrando la strada ad ogni rimedio che non fosse il vaccino.
Quanto avvenuto con il Covid è il risultato di una deriva che il sistema salute – ancora oggi il fiore all’occhiello del welfare – ha preso da qualche tempo. La tendenza si è manifestata palesemente con la legge Gelli-Bianco del 2017 n.24, la quale statuisce che il medico deve o dovrebbe (il punto è ambiguo)nelle prescrizioni, che sono l’oggetto del suo lavoro, attenersi alle linee guida delle “autorità” sanitarie. Ora, dato che queste ultime sono quelle che si occupano di farmaci e rimedi, si è creata una commistione che è altamente dannosa ad una corretta gestione dei problemi di salute dei cittadini. Medici e Farmacisti, da quando la medicina è approdata tra le scienze, hanno avuto percorsi separati: i farmacisti (o le imprese farmaceutiche) preparano i rimedi e i medici li utilizzano. Le collaborazioni sono indispensabili, mentre non è accettabile una convergenza degli interessi economici. Per dirla brutalmente, chi fa i farmaci non deve decidere quando utilizzarli e chi fa il medico deve scegliere i rimedi secondo scienza e coscienza e non seguendo consigli o pressioni di chi produce farmaci. Il pericolo che questo principio venga disatteso è stato considerato dalla legge del 1934 nella quale è previsto il reato di “comparaggio”: medico o veterinario sono punibili quando accettano denaro od altre utilità per prescrivere farmaci. Nella prassi corrente, specie nei tempi nei quali era molto attiva la “propaganda medica” (gli “informatori ” bussavano alle porte degli studi medici, ufficialmente incaricati di aggiornare sulle ultime novità terapeutiche) si sfiorava continuamente il pericolo di entrare nel perimetro della illegalità. Anche la stessa prassi delle Big Pharma di “organizzare” congressi di medici, affrontando le relative spese, è una consuetudine che suscita molti dubbi sulla sua correttezza. I fatti qui citati segnano la storia del secolo scorso, ed hanno accompagnato la crescita dell’industria farmaceutica. Una contaminazione tra gli interessi dell’industria farmaceutica e quelli dei medici è sempre esistita in modo più o meno strisciante ma sempre con la consapevolezza che si tratta di qualcosa di riprovevole se non illegale.
La commistione tra interessi che devono rimanere distinti è diventata normalità con la pandemia. Associazioni di medici, autorità sanitarie, Big Pharma hanno avuto come unico scopo quello di “piazzare” più dosi possibili di un vaccino (che aveva la caratteristica, dichiarata dal produttore, di non fermare il contagio) sbarrando allo stesso tempo la strada ad ogni alternativa terapeutica. Molti gli altri i danni: Il deteriorasi del rapporto di fiducia tra cittadini ed autorità sanitarie; la persecuzione dei dissenzienti; La violazione dei diritti costituzionali; la vera Scienza violentata e ridotta alla parodia di una religione.
La pandemia è stata l’occasione perfetta per “lanciare” la tecnica ad mRNA come panacea universale ed un autentico jolly per la confezione di vaccini. Un ritrovato che suscita una quantità di dubbi sulla sua sicurezza, sia per quanto concerne la possibile contaminazione del genoma – dubbi legittimi che vengono avanzati per ora senza prove- mentre si può essere certi della appartenenza di questi “vaccini” alla categoria dei farmaci per quanto riguarda la loro sicurezza. Aspetto sul quale non si è voluto e non si vuole indagare (almeno da parte delle “autorità” italiane), mentre esiste la certezza che gran parte degli effetti avversi di questi sieri siano stati occultati.
Per concludere, la pandemia ha dato forse inizio ad una epoca nella quale la salute di ciascuno di noi sarà nelle mani di un sistema transnazionale che decide su terapie, farmaci e rimedi di ogni altro genere.
12 Febbraio 2026
