LA MITICA SICUREZZA
Rosario Nicoletti


LA MITICA SICUREZZA
Poche sono le parole che ricorrono con altrettanta frequenza sulla bocca di tutti come “sicurezza”. Il concetto che sta dietro a questa parola è qualcosa che permea profondamente la nostra società: tutti, nel fare qualunque cosa, pretendono, giustamente, di farla “in sicurezza”. Ora, qualsiasi attività umana, o il semplice fatto di essere in vita, comporta dei rischi: nella società contemporanea serpeggia l’esigenza di annullare ogni rischio. Una tale esigenza non può essere soddisfatta alla lettera: infatti, un aspetto peculiare della “sicurezza”, del quale non tutti sono consapevoli, sta nel fatto l’esenzione da ogni rischio non esiste.
Quando si studiano norme che accompagnano una certa attività, queste sono ideate in modo da attenuare i rischi, ma non devono costituire pregiudizio alla attività stessa. Ad esempio, vi è l’obbligo di utilizzare la cintura nelle auto, ma a nessuno è venuto in mente di indossare tute gonfiabili che salverebbero in un incidente, e sarebbero più efficienti degli air-bag. Anche i costi da sopportare per la “sicurezza” non devono essere esorbitanti: oltre certi limiti si entra in conflitto con le leggi del mercato. Così, e questo vale in ogni circostanza, le norme di sicurezza che accompagnano ogni attività devono essere ragionevolmente “bilanciate” tra il rischio dal quale esse ci proteggono, ed il “costo” (costo economico, disagi, e quant’altro) che viene inflitto agli utenti per la loro presenza. Il rischio dal quale vogliamo proteggerci ha un duplice aspetto: uno si riferisce alla gravità dell’evento, ed un altro alla probabilità che l’evento si verifichi.
Purtroppo, quanto detto sopra, del tutto ragionevole – norme di sicurezza adeguate alle circostanze e compatibili nei costi – molto spesso viene completamente disatteso; la realtà ci offre una miriade di casi nei quali la volontà di mettersi al riparo da eventi del tutto improbabili o di insignificante gravità abbia avuto un costo del tutto sproporzionato.
Una infinità di esempi ci sono offerti dalla vita quotidiana: è sufficiente guardare ai frequenti interventi sui locali o sugli impianti condominiali. I condomini sono amministrati da responsabili “esterni”, per i quali ogni spesa, che è a carico dei condomini, non può che essere benvenuta. Così, nel perseguire la sicurezza nei condomini, non si bada a spese. L’esempio più eclatante si è avuto quando si è stabilito che i punti luce delle scale condominiali dovessero avere la “presa di terra”. Le prese di terra sono obbligatorie negli impianti elettrici fatti dopo gli anni ’60: in precedenza non vi era nessun obbligo del genere. Di conseguenza gli impianti elettrici delle scale condominiali, negli edifici costruiti in passato erano privi del collegamento a terra: andavano quindi adeguati. Mettere una linea di terra ad un impianto significa rifarlo ex-novo: smantellare il vecchio, rifare le canalizzazioni, ripristinare intonaci e vernice, ed infine sostituire i lumi. Diversi milioni, espressi con le vecchie lirette, moneta dell’epoca, e considerando che i lavori hanno interessato i condomini di tutta Italia, la spesa complessiva è di diversi miliardi. In pratica tutti i proprietari di appartamenti in condominio hanno subito un salasso nel portafoglio, assolutamente ingiustificato dai vantaggi acquisiti nella “sicurezza” degli impianti. L’unico rischio al quale ci si è affrancati è quello di essere folgorati sostituendo una lampadina: ora il verificarsi di un evento del genere dipende dalla concorrenza di moltissimi fattori. Praticamente, è quasi impossibile che si verifichi: a controprova, vorrei contare le persone che sono rimaste effettivamente folgorate – perdendo la vita – in più di mezzo secolo durante il quale non vi era la presa di terra negli impianti luce delle scale. Probabilmente, nessuno.
Ho ricordato questi fatti per portare un esempio nel quale si può vedere come in Italia somme rilevanti vengono sprecate in modo disinvolto: se poi si guarda alla gestione degli edifici pubblici sotto il profilo della “sicurezza”, non mancano esempi che hanno aspetti grotteschi. Gli edifici pubblici sono un po’ come i condomini; chi decide sui lavori da eseguire per migliorare la sicurezza, non partecipa direttamente alle spese relative. Quindi è facile eccedere, dato che, come suole dirsi, “la prudenza non è mai troppa”.
Ho passato la mia vita nei laboratori chimici, ed ho vissuto un periodo – anni 60-70 – nel quale la “sicurezza” era un aspetto che sovrastava ogni altro, condizionando la vita quotidiana. Uno dei problemi era quello della apertura delle porte: in caso di incendio in un laboratorio è ragionevole che le porte si aprano “verso” il corridoio, per favorire la fuga. Dato che nel passato pochi si interessavano a questi aspetti della sicurezza, le porte dei laboratori si aprivano come di solito avviene nelle abitazioni, e cioè al contrario; così, per ragioni di sicurezza sono state tutte “girate”. Trascorso qualche anno, e questo è uno degli aspetti intriganti della sicurezza, gli “esperti” che riflettono su queste problematiche, fecero la considerazione che le porte che si aprono improvvisamente verso il corridoio potevano ostacolare o addirittura ferire le persone in fuga provenienti da altre stanze: le povere porte furono girate una seconda volta, riducendole in uno stato pietoso.
Sempre a proposito dell’edificio nel quale ho lavorato, non poteva mancare di “mettere in sicurezza” l’impianto elettrico. Tutti gli impianti risalivano al 1936, ed erano stati mantenuti alla meglio, avendo attraversato anche il periodo della guerra. Negli anni seguenti l’elettrico era in uno stato pietoso e finalmente, se non sbaglio negli anni ’70, fu completamente rifatto, con soddisfazione generale.
Trascorso qualche anno i soliti “esperti” che vigilano sulla nostra sicurezza si accorsero che le “canalette” utilizzate per far passare i fili degli impianti elettrici erano fatte di un materiale che, in caso di incendio, avrebbe sprigionato vapori tossici. Ci si accorse che, ahimè, anche il nuovo impianto elettrico dell’edificio del quale racconto la storia aveva le canalette del materiale incriminato. La soluzione fu draconiana: il “vecchio” impianto venne smantellato e rifatto ex-novo. Il costo fu di circa cinque miliardi (lire). Ciascuno può decidere se i cinque miliardi di soldi pubblici sono stati spesi bene.
Negli ultimi tre anni la “sicurezza” ha fatto da padrona nel condizionare le nostre vite fino ad imporci di mettere a disposizione i nostri corpi per l’interesse di terzi: alludo alla pandemia, che ha portato alla segregazione, all’imposizione di mascherine ed alla somministrazione coatta di farmaci spacciati per vaccini. Per la sicurezza dei nonni era necessario vaccinare i bambini, i quali, era ben noto sin dall’inizio, non avrebbero avuto danni se si fossero contagiati del virus. Per evitare di coinvolgere altri era necessario vaccinarsi, ed è stato detto che offrire il braccio alla puntura era un “dovere civico”. Coltivando la paura per un morbo sconosciuto ed incurabile (a dire delle “autorità sanitarie”), si è contrabbandato come unico rimedio – per sopravvivere “in sicurezza” – un “vaccino” preparato in fretta e furia, per il quale ci si è però dimenticati, paradossalmente, di valutarne la sicurezza. Purtroppo, si è scoperto in seguito che nessuno si era preoccupato di controllarne neppure l’efficacia; per la qual cosa la “sicurezza”, perseguita imponendo rischi e sacrifici, è sfumata come nebbia al sole.
Negli ultimi anni l’informatica ha letteralmente invaso le nostre vite: utilizzando gli strumenti che ci mette a disposizione, possiamo svolgere numerose attività. Si tratta molto spesso di operazioni delicate, che è essenziale svolgere “in sicurezza”. Questo del resto vale per tutta la rete informatica, che contiene dati sensibili e che possono riguardare addirittura la sicurezza nazionale. E’ nata così la sicurezza informatica, battezzata “Cybersecurity”, termine inglese che conferisce un particolare aplomb a questa specializzazione.
Utilizzare gli strumenti informatici “in sicurezza” è cosa buona e giusta; ma come avviene per tutte le cose umane, di una giusta se ne può fare cattivo uso. Mi riferisco all’esperienza personale: trovo adeguati gli accorgimenti necessari per operare sul conto bancario, anche se comportano una certa complicazione nell’utilizzo. Del tutto sproporzionate credo siano le manovre necessarie per entrare in un ufficio pubblico, utilizzando lo Spid. Un vero incubo, non giustificato dall’importanza dei dati che si vogliono tenere lontani da occhi indiscreti. Ma vi è di peggio a proposito della sicurezza nel WEB. La straordinaria capacità di comunicare attraverso la rete invoglia a propalare notizie; purtroppo anche quelle false. In un mondo normale ci si accontenterebbe di tollerare la presenza di una percentuale di falso per garantire la trasmissione del vero. Purtroppo, nel nostro mondo il desiderio di controllare la comunicazione, fa si che, prendendo come scusa la presenza dei falsi ci si arroga il diritto di censura. Così i gestori sono usi a cancellare le notizie che ritengono false o comunque tutto ciò che non corrisponde ad un “bon ton” da loro stessi identificato. Ed è proprio con questo meccanismo perverso che durante la pandemia veniva censurata ogni notizia nella quale si diceva che i vaccini non erano sicuri e neppure efficaci, mentre in tutti i canali di informazione viaggiava la notizia opposta: questa si, veramente falsa.
