LA FUGA DEI CERVELLI

Rosario Nicoletti

Busy Hospital Corridor With Medical Staff And Patients
Portrait of young businesswoman, outdoors, arms folded, European flags flying in background
close-up of a woman washing dirty dishes in the kitchen after using professional equipment

LA FUGA DEI CERVELLI

Da più di cinquanta anni la “fuga di cervelli” è oggetto di dibattiti. Con modalità differenti l’emigrazione degli italiani nel resto del mondo alla ricerca di un lavoro non è mai cessata; cento o centocinquanta anni fa partivano i bastimenti carichi di emigranti alla ricerca di un lavoro qualsiasi. Oggi, silenziosamente, con i tanti di mezzi trasporto a disposizione, decine di migliaia di persone qualificate lasciano l’Italia ogni anno alla ricerca di un lavoro più gratificante di quello che troverebbero nel loro Paese.

Se è normale che tra paesi paragonabili per costumi e tenore di vita esista un reciproco scambio di abitanti, è preoccupante se lo spostamento di persone avviene in una unica direzione; se parliamo di particolari categorie, come ad esempio di ricercatori – personale addetto alla ricerca in università ed istituzioni pubbliche e private – l’Italia perde molte più persone di quante non si trasferiscano da altri paesi. Perdere un professionista con alta qualificazione costituisce una perdita economica; la formazione costa allo Stato, e rappresenta un investimento per il quale è giusto attendersi un ritorno. Questo se si vuole ragionare solo su freddi numeri, senza tenere conto dei problemi personali ed affettivi che il trasferimento in altri paesi comporta.

Sono vissuto per più di mezzo secolo nell’università italiana, e sono stato anche un anno in una importante università USA. Penso che la “fuga dei cervelli” – definizione che si adatta perfettamente al caso dei ricercatori – sia il risultato di una molteplicità di fattori, alcuni dei quali fanno parte degli usi e costumi degli italiani, ed è difficile trovare una soluzione semplice ad un problema complesso. La povertà degli stipendi dei quali “godono” i ricercatori è una delle cause che viene comunemente indicata; se c’è del vero, sono certo che non è una delle più importanti. Quasi sempre, l’obbiettivo che si pone in chi vuole vivere nel mondo della ricerca, non è l’agiatezza economica; le strade per chi ha ambizioni in questo campo sono altre. Se si vuole capire qualcosa sulle cause che spingono i giovani ricercatori fuori dall’Italia, è necessario confrontare le condizioni di lavoro e le possibilità di carriera che altri paesi offrono. Va tenuto presente il prestigio sociale che deriva dalla posizione di ricercatore.

Paragonando l’Italia con i paesi di cultura anglosassone, Regno Unito, Usa, Canada e Australia è evidente come in quei paesi i rapporti di lavoro in genere siano regolati da un tasso di meritocrazia assolutamente non paragonabile con quanto avviene in Italia. Da noi tutto congiura per confinare il merito – la qualità del lavoro che ciascuno svolge- ad un ruolo secondario rispetto ai molti altri fattori che qualificano chi lavora. Anche senza ricorrere alle peggiori attitudini delle quali ci si può avvalere nei rapporti di lavoro, piaggeria, servilismo, furbizia, si può semplicemente pensare ad uno dei problemi che in Italia ha un ruolo importante: l’anzianità. Tutto o quasi nel nostro Paese dipende da questo parametro; famosi gli “scatti di anzianità” nel pubblico impiego. L’estremo dell’assurdo è stato realizzato nello stipendio dei Magistrati, che aumenta con la anzianità, prescindendo dalla funzione svolta. Un altro fattore che si intreccia con la anzianità è la scarsa o inesistente mobilità: tutto in Italia è immobile e lo si desidera tale, dal posto di lavoro all’affitto dell’appartamento. Nel caso del ricercatore, l’immobilismo gioca un ruolo molto importante. Il ricercatore inizia la sua formazione immediatamente dopo la laurea, seguendo ad esempio un corso di dottorato: negli USA è consuetudine che un tale corso venga svolto in una università diversa da quella dove si è conseguito il titolo precedente. Così in quel paese il ricercatore in formazione ha l’opportunità di operare in ambienti diversi e quindi di scegliere quello al quale meglio può adattarsi. Se la stessa persona vuole intraprendere la carriera accademica, cerca un posto in una università diversa da quella dove ha conseguito il dottorato. Vedendo tutto ciò dalla parte opposta, cioè dalla parte di coloro che sono chiamati a giudicare il valore della persona, il giudizio non è inquinato dalla familiarità che si acquisisce con lo scorrere del tempo. Ora, in Italia il processo che abbiamo descritto, i primi passi di un giovane che vuole fare il ricercatore, si svolge con

modalità del tutto diverse, che possiamo definire opposte. Quando uno studente si laurea, se desidera avere un futuro di ricercatore, di regola bussa alla porta della “sua” università. In questa ha i suoi amici, si è fatto conoscere dai Professori, e dispone nelle vicinanze di un alloggio. Può iniziare così la sua avventura nella ricerca, concorrendo per un posto nel corso di Dottorato. Se ottiene il posto, gli viene assegnato il “docente guida”, del quale diviene stretto collaboratore, lavorando alle di lui ricerche. Quando finisce il dottorato, rimane in attesa di una “borsa di studio”, che gli consente di proseguire il percorso: esiste la possibilità che una borsa di studio venga bandita da un’altra università, ma vincere una borsa “fuori casa” è l’eccezione, e non la regola. Il nostro ricercatore in erba continua sempre nella collaborazione con lo stesso docente, stabilendo un particolare rapporto, definibile forse come amicizia in sudditanza. Questo legame, che si sviluppa attraverso l'”anzianità”, è quello che poi genera diversi inconvenienti, come la difficoltà ad avere un giudizio obbiettivo su quel giovane ricercatore. Questi, magari dopo anni di attesa, troverà una sistemazione nei ruoli del personale di quella università.

E per comprendere fino in fondo le differenze tra il nostro mondo e quello degli USA bisogna fare riferimento a quello che in Italia ha un ruolo importante nei rapporti di lavoro: la “raccomandazione”. Chi pensa che nello spietato mondo del lavoro USA non esistano tali strumenti, rimarrà deluso; essi esistono, ma hanno un ruolo del tutto differente. Da noi la raccomandazione rappresenta l’interessamento di un uomo potente al destino di una persona; di regola non ha la capacità di certificare le sue doti. Negli USA, chi “raccomanda”esprime un parere sulle abilità e doti del soggetto ed impegna la propria credibilità; quindi la lettera di raccomandazione è stata guadagnata dimostrando le proprie capacità.

Va chiarito che i “cervelli”, in fuga o meno, non si identificano solamente nei ricercatori; ho cercato di illustrare il problema riferendomi ad una categoria della quale ho diretta conoscenza, che rappresenta bene l’insieme. Soggetti appartenenti a molte altre categorie, giovani manager, imprenditori, professionisti che si sentono limitati nelle possibilità di carriera, per motivi diversi ma abbastanza simili a quelli illustrati, scelgono di emigrare. Per fare degli esempi, accedere al credito non è un privilegio di chi appartiene al giusto schieramento politico, o avere un posto da dirigente non è necessariamente legato all’avere le giuste conoscenze.

Possiamo concludere le nostre considerazioni dicendo semplicemente che i “cervelli ” migrano nei paesi dove possono al meglio esprimere le proprie capacità, dove cioè il merito domina nei rapporti di lavoro. Non esistono scorciatoie per fermare questa “fuga” ; andrebbero cambiati costumi e consuetudini sedimentate in secoli di storia del nostro Paese.

18 Luglio 2025

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