LA CRISI DEL CAPITALISMO
Rosario Nicoletti



LA CRISI DEL CAPITALISMO
Ovunque si tenga un dibattito e si sfiorano gli adatti argomenti, tutti i partecipanti convengono sull’idea che capitalismo e democrazia soffrono di una crisi, anche se, su cause ed origini, le opinioni divergono.
Come tutti sanno la “globalizzazione” è un processo la cui gestazione è iniziata alla fine del XX secolo: se volessimo indicarne una data di nascita sarebbe ragionevole porla al 2001, anno nel quale la Cina è entrata a far parte del WTO (Word Trade Organization). Nel ventennio fino ad oggi trascorso, la globalizzazione è andata avanti; non vi è dubbio che molti popoli ne abbiano tratto vantaggio, compiendo molti passi verso il benessere economico. Di contro, in tutto l’occidente sulle due sponde dell’Atlantico sono insorti problemi: il più vistoso è l’impoverimento del ceto medio, al quale fa riscontro l’arricchimento smodato di un ristretto numero di persone che, disponendo dell’informazione e di capitali illimitati, condiziona le democrazie sino a costituirne una minaccia.
Alla fine della seconda guerra mondiale, si è sviluppato nei paesi occidentali un capitalismo che ha portato benessere diffuso in tutti gli strati delle popolazioni; non credo che questa affermazione possa essere smentita anche dai critici più severi. Lo sviluppo capitalistico poggiava sull’entusiasmo degli imprenditori, che erano a loro volta stimolati e controllati dai lavoratori, organizzati in sindacati. Così l’economia reale si è sviluppata sulla dialettica tra capitale e lavoro e su questi due pilastri si sono potute costruire le migliori forme di democrazia nella guida di vari paesi occidentali.
Quando, una ventina di anni fa, ha preso piede l’idea della globalizzazione – un mondo senza frontiere nel quale tutti fossero liberi di circolare o commerciare – il capitalismo aveva subito diversi cambiamenti: ad esempio, erano spariti del tutto o quasi i “capitani d’industria” che avevano fondato le imprese. Alcune di queste erano cresciute a dismisura e sono ora sotto la guida di personale reclutato per le doti manageriali. Spesso, la proprietà non è più nelle mani di chi le aveva fondate o degli eredi ma è di gruppi finanziari. Le grandi aziende non hanno più un’ anima o una patria, ma sono pronte ad essere pedine della globalizzazione, capaci di spostarsi ovunque possano fare maggiori profitti. La “delocalizzazione” delle aziende manifatturiere, cioè la migrazione delle aziende alla ricerca delle condizioni più vantaggiose (basso costo del lavoro, pochi vincoli ecologici), e, parallelamente, il diffuso trasferimento delle produzioni meno qualificate nei paesi dove è minore il costo della mano d’opera hanno scardinato il sistema socio economico dei paesi occidentali, peraltro già danneggiato dall’automazione.
Portando fuori dai paesi occidentali (o “benestanti”) le produzioni, sopravvivono le aziende che offrono servizi. In queste, che diventano ipertrofiche per l’abbondanza di lavoro a basso costo, il ruolo delle lotte sindacali ed il controllo politico che possono esercitare è solo marginale. Lo sciopero in una manifatturiera danneggia la proprietà, cioè la parte da cui dipende la gestione dell’azienda, mentre nei servizi lo sciopero interessa gli utenti, che non hanno alcuna influenza diretta sulla vita dell’azienda. In questo caso, il sindacato o la rappresentanza dei lavoratori abbaia alla luna: lo vediamo in Italia, dove un sindacato, per riaffermare la sua esistenza, impone scioperi
continui, senza alcun risultato. In sostanza, il lavoro nei servizi non può sostituire per qualità ed importanza quello nella produzione di beni e non può avere lo stesso peso politico. .
Così la dispersione e rarefazione della così detta “classe media” – costituita in gran parte da lavoratori dipendenti dell’industria – ha visto ridurre vistosamente i suoi redditi e la sua rilevanza sociale. L’industria manifatturiera impiega lavoro con differente qualificazione: oltre alla mano d’opera più o meno qualificata, ci sono quadri intermedi e dirigenti. E’ una varietà di situazioni che favorisce la “mobilità sociale”, molto più di quanto non avvenga nel mondo dei servizi. Tutto ciò non poteva non influire sulla politica, come vedremo più avanti.
In breve, si può dire che la globalizzazione ha messo in concorrenza i lavoratori di tutte la contrade del mondo, senza tenere conto delle particolari condizioni nelle quali il lavoro viene svolto: in alcune zone abbiamo condizioni simili a quelle che esistevano in Europa nel XVIII e XIX secolo. Nei paesi occidentali si è impoverito il lavoro; l’esatto contrario è avvenuto per i “capitalisti”, ovvero per coloro che detengono la vera ricchezza. La speculazione finanziaria lavora senza frontiere e cresce a dismisura l’opulenza dei gruppi che si avvantaggiano, girando per il mondo, dei bassi costi della mano d’opera e di tasse ridottissime avendo la residenza in uno dei tanti paradisi fiscali. Se si guarda alla concentrazione della ricchezza, si può vedere come il mondo si trovi in una situazione nella quale la ricchezza è in poche mani, così come avveniva nella metà dell’800.
La fine di un sistema socioeconomico che è cresciuto nella dialettica tra capitale e lavoro ha provocato un vero terremoto nella politica. I partiti della sinistra, che nella seconda metà del XX secolo hanno avuto un ruolo di primo piano nel governo dei paesi europei, si sono ritrovati nell’attuale millennio a svolgere il ruolo dei giganti dai piedi di argilla. La delocalizzazione delle industrie e l’emigrazione del lavoro ha disperso quella “classe operaia” che è stata – in passato – il pilastro sulla quale si sono costruite le politiche della sinistra. Come conseguenza, i partiti di questa tradizione hanno ripiegato, per conservare il potere, sulla collusione con i potentati finanziari e sulla difesa dei diritti civili; inevitabile la perdita della popolarità e l’avanzare di partiti ed organizzazioni che hanno come riferimento i valori tradizionali della destra. Con la complicità di una informazione al servizio dei grandi gruppi finanziari, detentori del vero potere, la lotta politica ha come terreno problematiche di scarso interesse per i cittadini. In Europa, la moneta unica e la Banca Europea “indipendente” danno vita ad un sistema che emargina il popolo. Gli stessi governi sono tenuti al guinzaglio attraverso i conti pubblici; la moneta unica rende inevitabili politiche economiche attente al bilancio piuttosto che al benessere dei cittadini. Ci si è così avviati verso la stagnazione economica, che si manifesta oramai da diversi anni, con la compressione dei consumi interni e dei salari.
Il tasso di “democrazia”, inteso come partecipazione e consapevolezza del popolo alle scelte politiche, è in costante diminuzione; in tutti i paesi va in scena una stanca liturgia elettorale, che è sempre più insidiata da circostanze occasionali che ne determinano il rinvio, o dalla eliminazione per via giudiziaria di protagonisti “scomodi” e poco integrabili nel “sistema”. Questo è quello che accade in Europa, dove con costante regolarità vengono spacciate dai mezzi di comunicazione (una volta censori, oggi ridotti a pretoriani del potere) emergenze varie, funzionali a tenere
irreggimentate e disposte al sacrificio masse di cittadini. Sempre di più Primi Ministri e politici di primo piano sono personaggi che provengono dalla finanza e che hanno partecipato attivamente al WEF (Word Economic Forum), una organizzazione che si riunisce annualmente a porte chiuse e discute sui destini del mondo. Le considerazioni svolte da Vance, Vice Presidente USA, alla presenza dei potenti europei che tanto si sono indignati alla affermazione che coloro che insidiano la democrazia non sono fuori, ma dentro la stessa Europa, sono sacrosante.
20 Luglio 2025
