EMERGENZE
Rosario Nicoletti



EMERGENZE
L’etimologia della parola “emergenza” ne chiarisce il senso: si tratta di qualcosa che “emerge”, compare alla nostra vista o coscienza. Non diversamente la Treccani: “sull’esempio dell’ingl. emergency, particolare condizione di cose, momento critico, che richiede un intervento immediato”. Nel grande circo della politica, il primo a nominare le emergenze fu Spadolini con il discorso di insediamento del suo governo, all’inizio degli anni ’80. Persona di raffinata cultura ed abituata a volare alto, in qualità di Presidente del Consiglio indicò, come quattro emergenze, quella morale, l’economica, l’istituzionale e l’internazionale. Queste sono prolificate al punto che oggi, in politica, non si parla quasi più di problemi, esigenze o necessità, ma sempre di emergenze, anche nel caso di questioni che nulla hanno di emergenziale in quanto si trascinano da secoli, attraversando indenni epoche e costumi diversi.
Una delle più curiose emergenze – chiedo perdono per la mia improntitudine – è quella che viene attribuita ai “femminicidi”. La parola, di nuovo conio, dovrebbe indicare, se non sbaglio, l’uccisione di una donna da parte di un uomo con il quale esiste un qualsiasi rapporto determinato dal differente sesso. Così ad esempio, se un dipendente(uomo) uccide il “principale”(donna) per ragioni di lavoro, non è un femminicidio, ma si tratterebbe di un omicidio. Almeno io, così ho capito: per chi volesse approfondire, può andare su Wikipedia, alla voce adatta.
Ora non c’è dubbio che l’uccisione di donne da parte di uomini, in contesti nei quali è adatta la definizione di femminicidio, sia qualcosa (purtroppo) sempre accaduto, probabilmente da quando l’homo sapiens è apparso sulla terra. Dire che si tratta di una “emergenza”, e metterla in relazione ad un “patriarcato” scomparso da molti anni, è veramente bizzarro: quello che è utile valutare è l’incidenza statistica, considerata nel tempo ed in paragone a quanto accade negli altri paesi. Per quel che mi è capitato di leggere, questi reati vanno a diminuire nel tempo, e l’Italia si colloca agli ultimi posti per numero di questi tragici eventi. Quindi, fermo restando che va fatto tutto il possibile per prevenire tali delitti, parlare di emergenza è sbagliato ed anche fuorviante, perché distrae le persone dai problemi sui quali vi è una emergenza.
Notizie per le quali soffiano allarmate tutte le trombe dell’informazione sono le “morti bianche”, uomini e donne che perdono la vita mentre svolgono il proprio lavoro. Anche qui, pur rischiando il linciaggio, devo dire che non si tratta di una emergenza. Quasi ogni attività umana, di svago o di lavoro, comporta dei rischi, ed è quindi assurdo pretendere che non accadano disgrazie. E’ più che giusto ed è obbligo di tutti fare in modo che non avvengano incidenti; è necessaria la massima vigilanza. Detto questo, anche qui, come in precedenza, le statistiche dovrebbero farci capire come il nostro paese si colloca rispetto al resto del mondo e se il triste fenomeno è in crescita: non mi risulta che sotto ambedue questi punti di vista esista una emergenza. Devo aggiungere alcune considerazioni che appariranno molto ruvide. Chi dovrebbe operare per combattere con tenacia la piaga delle morti bianche, dovrebbero essere più di tutti i sindacati. Questi non fanno altro, ad ogni incidente, che proclamare uno sciopero, che non ha altra utilità se non quella di giustificare l’esistenza della rappresentanza sindacale; potrebbero fare ben altro, cioè studiare i diversi casi, classificarli e chiedere interventi mirati. Credo si faccia poco o nulla per “capire”: addirittura, sembra che l’unica attenzione sia rivolta ad ingrandirne con un po’ di furbizia il numero. Ad esempio, è assurdo che gli incidenti nel percorso da casa al lavoro vengano considerati al pari di quelli che avvengono durante il lavoro.
A differenza dei due esempi che abbiamo visto, esistono in Italia problemi che tendono ad esacerbarsi, per i quali la definizione di emergenza è forse più adatta. Pensiamo alla scuola; quasi ogni giorno circola la notizia che insegnanti o direttori didattici sono aggrediti (fisicamente) da studenti o da loro genitori. Cinquanta anni fa era rarissimo leggere o ascoltare una notizia di questo genere: evidentemente, stiamo arrivando alle ultime tappe di uno sfacelo iniziato più di sessanta anni or sono. Anche se le avvisaglie risalgono a tempi più remoti, la data nella quale è individuabile l’inizio della china è il ’68. In quell’anno e nei seguenti è scomparso il “distacco” esistente tra allievo ed insegnante. L’insegnamento deve avere sponda sul prestigio dell’insegnante, e questo vale anche se il prestigio non è meritato. Ma se si fosse trattato solamente di ciò, la situazione sarebbe ben diversa; proprio in quell’epoca veniva messo in discussione il contenuto dell’insegnamento scolastico.
I ragazzi della Scuola di Barbiana, tenuta da Don Milani, pubblicavano “Lettera ad una Professoressa”, un libro molto critico sull’insegnamento nelle scuole. In breve, l’istituzione è contestata perché di classe: espelle i poveri ; I programmi sono sterili, vecchi e nozionistici; la scuola è slegata dalla vita reale. Ciò che si insegna a scuola non è utile ad essere cittadini consapevoli. Nel libro, si propongono le riforme: 1. Non bocciare 2. A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno 3. Agli svogliati dargli uno scopo. E’ facile riconoscere l’utopia nella analisi e nei suggerimenti, ma va detto che il tutto trova riscontro nell’aria che si respirava in quell’epoca.
Sui binari ai quali abbiamo fatto cenno è partita una carovana interminabile di provvedimenti, di ripensamenti sui programmi e sull’organizzazione scolastica; per colmo di sventura è spirato negli anni a seguire il vento dell’autonomia all’italiana – cioè senza responsabilità – che ha contribuito a danneggiare la scuola. Per migliorare l’efficienza didattica sono scesi in campo “guaritori” improvvisati e pedagoghi, rivoluzionando contenuti e metodi di insegnamento. La scuola poi è diventato il luogo dove si sperimenta l'”autogestione” e si deve apprendere di tutto, dal codice della strada ai buoni sentimenti nei confronti delle donne; pazienza se rimane poco tempo per imparare a “leggere, scrivere e far di conto”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: con le eccezioni, sempre possibili, la massa dei “diplomati” stenta a fare le quattro operazioni, e non capisce il senso di un brano letterario.
La giustizia è un’altra istituzione – forse la più importante di uno Stato – per la quale si dovrebbe invocare l’emergenza. Lo sfascio della giustizia penale si vede da qualche numero: ogni anno, sono in media circa novecento i casi di “malagiustizia”, ovvero cittadini che finiscono in prigione da innocenti. Il Senatore Stefano Esposito è stato indagato per sette anni (sic!), per essere poi “archiviato”. La giustizia civile non è messa meglio: un giudizio, per quanto semplice, può durare quattro o cinque anni. Questo senza affrontare gli aspetti più spinosi e di maggior allarme sociale: il sospetto di politicizzazione della istituzione che appare talvolta strabica nei provvedimenti e nei giudizi quando si tratta di uomini politici o in divisa.
Io credo che tutto dipenda da alcuni errori del passato che hanno creato condizioni della carriera in magistratura che non hanno riscontro altrove e per alcuni aspetti in contrasto alle normali regole della vita civile. La progressione nello stipendio avviene semplicemente per anzianità; il lavoro da svolgere, cioè il ruolo da assumere – se lavorare in una piccola Pretura o nella Corte di Cassazione – dipende dalle delibere del CSM, un piccolo parlamento in mano alle “correnti” – l’equivalente dei partiti – che spartiscono i posti ai loro affiliati. In pratica, si è creata una situazione nella quale il merito – sempre difficile da giudicare – è stato messo in soffitta e sostituito dalla capacità di tessere amicizie. Naturalmente, gli strenui difensori dell’attuale sistema sostengono che il CSM provvede a mettere nei posti strategici le persone più capaci professionalmente.
C’è infine la sicurezza per la quale si dovrebbe parlare di emergenza. Alcuni fatti che si ripetono troppo spesso, come l’aggressione al personale dei mezzi di trasporto o ai poliziotti schierati nelle piazze per mantenere l’ordine , portano a ritenere che si possa delinquere indisturbati. Che ci sia una certa assuefazioni ad episodi di violenza lo si deduce dal fatto che raramente i protagonisti vengono identificati e poi puniti: un sindacalista ha consigliato ai controllori di astenersi dal chiedere il biglietto a soggetti dall’aspetto poco rassicurante per evitare guai. Se le forze dell’ordine si difendono, il loro comportamento viene attentamente valutato in indagini giudiziarie; in genere la magistratura è solerte nell’indagare i tutori dell’ordine e lo è altrettanto nel trovare scuse od attenuanti per chi viola le leggi. Così i cittadini hanno la sensazione che la loro sicurezza diminuisca di giorno in giorno; penso non sia sbagliato parlare di emergenza.
12/12/2024
