Rosario Nicoletti

UN FALSO VACCINO

    Il DES (dietilstilbestrolo, un estrogeno sintetico) fu approvato come farmaco dalla ben nota FDA (Food and Drug Administration) il 19 Settembre 1941, per la cura di alcuni disturbi della sfera genitale femminile. Nel 1947 la FDA approvò l’uso del DES per combattere le minacce di aborto nelle gravidanze. Negli anni seguenti, l’uso del DES dilagò raggiungendo un picco dei consumi nel 1953. Si stima che 5 o addirittura 10 milioni di americane abbiano assunto DES durante le gravidanze: era un tempo nel quale si ricorreva alla medicalizzazione in modo spensierato.  Dopo una ventina d’anni, nel 1971, diventarono numerose le diagnosi di un particolare tumore, poco frequente in donne giovani, alla vagina ed alla cervice dell’utero. Era singolare il fatto che le pazienti erano giovanissime, uscite da poco dalla pubertà. Una attenta anamnesi, estesa ai familiari, mise in evidenza che le madri erano state trattate con DES durante la gravidanza; in particolare quando il trattamento era avvenuto nelle prime tre o quattro settimane. Come se ciò non bastasse, l’incidenza dei tumori al seno nelle donne che avevano assunto il farmaco era quasi raddoppiata, mentre la diffusione dei tumori all’apparato genitale delle figlie femmine pur essendo percentualmente piccola era grande nei numeri, essendo milioni le donne che avevano assunto il farmaco. Il disastro provocato dal DES ebbe grande risonanza, essendo l’opinione pubblica sensibilizzata, nei confronti di simili eventi, da quanto accaduto anni prima a causa del Talidomide. Questo farmaco prodotto per sintesi, era stato creato, saggiato e infine messo in commercio dalla Ditta tedesca “Chemie Grunenthal” nella metà degli anni ’50 del secolo scorso, essenzialmente come sedativo con proprietà sia anti-nausea che lievemente ipnotiche. Con queste caratteristiche terapeutiche la somministrazione del farmaco era apparsa particolarmente adatta alle donne in gravidanza, dato che in questo stato nausee e difficoltà nel sonno sono disturbi comuni. Il Talidomide ebbe un grande successo nei paesi Europei, anche perché gli era riconosciuta una scarsa tossicità.  Dopo poco tempo ci si accorse che alcuni nati da madri che avevano assunto questo farmaco nei primi mesi di gravidanza mostravano una difettosa crescita degli arti: Il farmaco aveva effetti teratogeni, ed in tutta Europa dilagarono i casi di “focomelia”, sorpassando il numero di diecimila.

  Quei tragici eventi hanno modificato in tutto il mondo il rapporto tra pazienti e farmaci. In passato si ricorreva alla medicalizzazione con una certa spensieratezza, senza valutare, tutti o quasi, i possibili rischi. Proprio per rassicurare chi è bisognoso di cure, ed anche per responsabilizzare le ditte produttrici, a seguito degli eventi che abbiamo brevemente ricordato, è stata fatta una legislazione molto restrittiva: quando di vuole introdurre in terapia un farmaco nuovo, ciascuno dei componenti, se mai utilizzato in precedenza, deve essere sottoposto a dettagliate indagini. In breve, è necessario sapere come ciascuna sostanza che compone il farmaco interagisce con le cellule dei nostri tessuti attraverso i recettori (sono queste strutture cellulari delegate a ricevere “segnali” dall’esterno interagendo con sostanze adatte) ed in che tempi e quali modalità viene eliminata, quali possono essere gli organi bersaglio, se presenta effetti teratogeni (per un possibile uso in gravidanza) o cancerogeni. In breve, si deve conoscere il profilo farmacotossicologico della sostanza. Tutto ciò viene studiato prima in laboratorio, e poi, per alcuni dei possibili effetti avversi, in occasione delle prove cliniche; queste ultime fatte principalmente per valutare l’efficacia terapeutica. In sostanza, quando un nuovo farmaco entra in commercio, si conoscono gran parte dei possibili effetti avversi; oltre che a scrivere il foglietto illustrativo (il “bugiardino”), tali conoscenze servono ad avere le linee guida della “farmacovigilanza”. Con questo nome si intende l’ultima fase sul controllo e sicurezza dei farmaci, ovvero la raccolta di effetti indesiderati quando essi si trovano in commercio. Dopo questa premessa, vediamo cosa è accaduto nel caso dei “vaccini” ad mRNA.

  Un vaccino viene definito nei libri di farmacologia come un preparato con il quale viene somministrato l’antigene capace di sollecitare l’organismo per una risposta immunitaria. L’antigene può essere semplicemente l’organismo (virus o batterio) “attenuato” in modo da non indurre la patologia, o la tossina prodotta dal batterio, anch’essa resa inoffensiva.  Nel caso dei nostri “vaccini”, non viene somministrato l’antigene, ma le “istruzioni” (mRNA), che introducendosi nelle cellule dei tessuti del ricevente, queste vengono sollecitate a produrre l’antigene, ovvero la proteina Spike. La differenza è sostanziale: mentre nel caso dei veri vaccini la quantità di antigene è definita ed il suo permanere è limitato nel tempo e nel luogo della inoculazione, nel nostro caso l’mRNA va in circolo (e questo è DIMOSTRATO in numerosi lavori ed era noto da coloro che hanno ideato il “vaccino”) e provoca la formazione dell’antigene in tessuti ed organi di tutto il corpo in quantità e tempi ignoti. Se si tratta di “farmaci”, e non di vaccini, visto che si comportano come tali (persistenza e diffusione nell’organismo), andrebbero studiati, prima della approvazione, con i protocolli relativi: di un farmaco si DEVE conoscere il “profilo farmacotossicologico”, al quale abbiamo fatto cenno. Tutte le verifiche che abbiamo menzionato sono state scavalcate con assoluta noncuranza: si è messo in commercio un preparato contenente due sostanze nuove (mRNA e proteina Spike) senza conoscere quali effetti avrebbero prodotto sugli esseri umani. Ci si è preoccupati di vedere se producevano anticorpi (effetto vaccino), ma non ci si è curati per nulla di possibili effetti collaterali ed avversi. Chi scrive non sa se questi preparati sono stati presentati come “vaccini” o come “farmaci”: di sicuro, i controlli che sono stati fatti in anticipo e documentati alle autorità di controllo (fatti secondo ogni regola o meno, qui non interessa) sono quelli utilizzati per i “veri” vaccini, che non prevedono quegli studi ai quali abbiamo fatto cenno. Non è chiaro chi si è assunto la responsabilità di omettere quanto leggi e buonsenso impongono, utilizzando la scusa dell’emergenza. Per quanto è in realtà avvenuto, l’approvazione da parte delle autorità di controllo dei vaccini a mRNA (prima condizionata e poi definitiva) deve essere giudicata FALSA, in quanto rilasciata in base ad una documentazione richiesta per i vaccini, che non corrisponde alla fattispecie. I cittadini di tutto il mondo sono stati ingannati, facendo loro credere che il rimedio alla pandemia fosse un vaccino; preparati che sono noti per avere un limitatissimo e trascurabile numero di reazioni avverse. Se tutto ciò configuri dei crimini dovrebbe essere deciso dai tribunali.

  Non è superfluo osservare che, utilizzando la proteina Spike come antigene, si è scelta una tossina estremamente attiva, senza conoscere in dettaglio le proprietà avverse, la persistenza nell’organismo, e quali fossero gli organi bersaglio (qualcosa si sta scoprendo adesso a spese delle popolazioni). L’mRNA non è identico a quello “naturale”, ma è modificato (sostituendo una base, l’uridina con la pseudouridina) per renderlo più stabile nell’organismo umano, che si affretta a distruggere le sostanze estranee ben riconoscibili dal sistema immunitario innato. Anche la proteina Spike prodotta dall’inoculazione dei sieri non è identica a quella del virus.

  La “farmacovigilanza”, che è l’ultima fase del controllo sulla sicurezza dei farmaci, è stata quasi inesistente, e specialmente in Italia. Nata male, essendo calibrata e svolta per un vaccino, nel nostro Paese è stata anche ostacolata in ogni modo. Le linee sulle quali si svolge una farmacovigilanza sono individuate sin dall’inizio, quando si studia in laboratorio il profilo farmacotossicologico del nuovo farmaco. Così, quando entra in commercio si conoscono gran parte dei possibili effetti avversi: ignoti nel nostro caso, visto che non era stato fatto un tale studio su proteina SPIKE ed mRNA. Senza linee guida – ovvero l’attesa di effetti prevedibili – è ben difficile al medico od al semplice cittadino mettere in relazione quanto accade in seguito alla vaccinazione. Specialmente quando si tratta di farmacovigilanza “passiva”, cioè segnalata per iniziativa del paziente. Tutto ciò è stato reso possibile dall’avere considerato il preparato in questione come “vaccino”. Poi, in Italia, chiunque ponesse dubbi su efficacia e sicurezza dei vaccini veniva considerato NO-VAX: una specie da emarginare ed eliminare dal consorzio umano. Quindi un medico che trasmetteva alle autorità la sintomatologia di un paziente sospettando quale causa il vaccino lo faceva a suo rischio e pericolo.  Il risultato lo si può riassumere così: i numeri degli eventi avversi registrati in Italia (per alcuni si tratta morte) sono da 20 a 50 volte inferiori a quelli registrati in Israele e USA.

  Per avere un’idea sulla quantità di effetti avversi al momento conosciuti, bisogna raccogliere dati dalle Agenzie di altri paesi. Secondo l’Ufficio federale di statistica (Svizzera), da marzo a dicembre 2021, circa 1.400 persone sono state ricoverate in ospedale con una diagnosi di sospetta reazione avversa ai vaccini COVID-19. Secondo i dati VAERS pubblicati (https://medalerts.org/vaersdb/findfield.php?TABLE=ON&GROUP1=AGE&EVENTS=ON&VAX[]=COVID19&VAX[]=COVID19-2)   tra il 14 dicembre 2020 e il 16 dicembre 2022 sono state segnalate 1.484.971 segnalazioni di eventi avversi, tra cui 270.809 gravi e 33.011 decessi, a seguito dei vaccini COVID-19.Recentemente la stessa Pfizer ha pubblicato un rapporto elencando gli effetti avversi riscontrati, prezioso in quanto riporta la straordinaria varietà di eventi, ma fuorviante sui numeri, in quanto raccolti dalla farmacovigilanza passiva.

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