Rosario Nicoletti

PESSIME IDEE

Dal 27 maggio p.v. l’Assemblea mondiale della sanità dovrebbe discutere e mettere ai voti a Ginevra l’adozione di un “Trattato pandemico” e gli emendamenti al “Regolamento sanitario internazionale”.  Il Trattato e le modifiche darebbero all’OMS il potere di decidere sulle tutte le misure da prendere negli stati aderenti, in caso di una pandemia. Approvando questo trattato gli stati trasferirebbero la loro sovranità rispetto alle politiche sanitarie in caso di pandemia; pandemia dichiarata tale dallo stesso OMS.  

  Sono diversi anni che i vertici dell’OMS coltivano l’idea di proporsi come istituzione delegata a decidere la politica sanitaria in caso di “necessità” dichiarata dalla stessa istituzione; questo significherebbe, ad esempio, che io cittadino italiano, in caso di una pandemia (esistente a giudizio dallo stesso OMS) dovrei sottostare ad eventuali limitazioni della libertà, all’uso coatto di mascherine, a terapie e vaccinazioni imposte dall’alto. Un vero incubo, senza precedenti, ed in barba ai principi costituzionali.

  La marcia verso una spersonalizzazione della medicina ed alla delega di cure e terapie a “centri decisionali” remoti  è cominciata in sordina diversi anni fa.  La legge Gelli-Bianco dell’8 Marzo 2017, n.24, stabilisce: ,”Gli esercenti le professioni sanitarie, nell’esecuzione delle prestazioni sanitarie con finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche, palliative, riabilitative e di medicina legale, si attengono, salve le specificità del caso concreto, alle raccomandazioni previste dalle linee guida pubblicate ai sensi del comma 3 ed elaborate da enti e istituzioni pubblici e privati nonché dalle società scientifiche e dalle associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie….” . E’ una legge equivoca: non si capisce quale sia il valore del “si attengono, salve le specificità del caso concreto…”, ma una cosa è certa: si da un colpo di piccone alla responsabilità professionale del medico e lo si invita ad attenersi alle linee guida piuttosto che a “scienza e coscienza” come è sempre stato, ed è giusto che sia. Ed è sempre dello stesso anno la legge delle 10 vaccinazioni obbligatorie.

  La pandemia, con la sua carica di emotività coltivata da tutti i mezzi di comunicazione, ha dato una decisa accelerazione ed attuazione al processo di delega  delle decisioni su cure mediche e distribuzione di farmaci ad organismi sovranazionali. In tutta fretta, la Baronessa Van der Leyen ha trattato con i vertici di Big Pharma per l’acquisto di vaccini ancora da perfezionare; come noto,  le trattative sono rimaste segrete, e non si sa se fossero oggetto di queste anche le approvazioni delle autorità sanitarie, le quali, in effetti, si sono docilmente accontentate della documentazione presentata, sebbene del tutto incongrua rispetto al caso in questione. Ancora non si sa ha chi ha firmato i contratti di acquisto di questi “vaccini”: il nostro Ministro della Salute ha negato il fatto di fronte alla A.G., mentre la Presidente della Commissione ha detto che i contratti sono stati firmati dai Ministri dei vari paesi. Tutti gli sventurati cittadini europei sono stati forzati a sottoporsi ad una vaccinazione di massa, tale da esaurire  miliardi di dosi acquistati, senza tenere nella minima considerazione le buone pratiche mediche, come quella di non sottoporre a vaccinazione i guariti dello stesso morbo.

 Il 15 Settembre 2021, la Commissione Europea ha lanciato HERA, una Agenzia Europea,  con una congrua dotazione finanziaria che provvederà a migliorare il coordinamento nella sicurezza sanitaria.  In un servizio dell’epoca su La Verità si legge che l’istituzione di questa agenzia fa parte di un piano più generale per semplificare le procedura di approvazione dei farmaci, ed intervenire in caso di emergenze sanitarie.

  Per valutare quanto accaduto negli ultimi anni e comprenderne la portata è necessario sapere quanto è stato fatto in passato a proposito dei rimedi contro i malanni, comunemente chiamati farmaci.  Per ragioni familiari e di lavoro – ho fatto il chimico – sono vissuto la mia lunga vita in mezzo ai farmaci. Ho frequentato i luoghi dove si producevano, o si commerciavano; conosco l’ambiente ed ho vissuto di persona  avvenimenti e progressi  degli ultimi 70 anni.

  I rimedi (tali o presunti) contro le malattie risalgono alla stessa epoca dell’homo sapiens. Le regole per produrre e commerciare tali rimedi pare siano state introdotte per la prima volta dagli Egizi; in ogni caso sappiamo con certezza che le prime Farmacopee furono l’araba (IX secolo)e quella della Scuola Medica Salernitana.  Le Farmacopee esistono tutt’oggi: abbiamo l’europea, che ha incorporato quelle dei diversi Stati aderenti all’Unione. Sono come dei cataloghi dove sono elencate sostanze, estratti,  principi e quanto altro utilizzabile (“riconosciuti” dalle Autorità Sanitarie) per confezionare farmaci, le dosi ammesse e le eventuali restrizioni che la legge impone nel loro uso.   Esse sono una testimonianza della attenzione che le autorità politiche esercitano nei confronti di farmaci e rimedi per la salute; dimostrano come le autorità abbiano sempre sorvegliato. 

    L’uso quotidiano delle Farmacopee è quasi scomparso oramai da molti anni; una volta il Farmacista preparava il rimedio su indicazione del medico, utilizzando dati e materie prime descritte in quei manuali.  Oggi solo raramente il medico scrive ricette per mettere al lavoro il farmacista, ma questi si limita quasi sempre a dare una confezione già preparata da una industria farmaceutica. E’ il mondo delle “specialità farmaceutiche”: ciascuna di queste è preparata secondo un procedimento industriale e con una “ricetta” approvata e registrata presso le Autorità Sanitarie. La ricetta prevede diversi componenti tra i quali vi è il così detto “principio attivo”, cioè quella sostanza capace della azione terapeutica desiderata. Gli altri componenti servono per “veicolare” il principio attivo: ad esempio, se il farmaco è in compresse,vi sono delle sostanze (anch’ esse presenti nella Farmacopea) che permettono di confezionare il preparato in questa forma.

   La prima metà del XX secolo è caratterizzato da straordinari successi nella preparazione di nuovi farmaci: sono stati preparati i barbiturici ad azione ipnotica, i sulfamidici (sostanze ad azione antibatterica), molti anestetici locali;  la corsa alla preparazione ed all’uso spensierato di farmaci è stato bruscamente interrotta da due eventi  tragici.

  Alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, la chimica aveva fornito, a conclusione di una serie di studi una sostanza nuova ad azione estrogena. Era nato il DES (dietilstilbestrolo) che avrebbe fatto molto parlare di se.  Questa sostanza venne usata estesamente, e prescritta  a donne in gravidanza per allontanare le minacce di aborto. Dopo diversi anni ci si accorse che le femmine, nate da madri che avevano assunto il DES, venivano colte da una forma di tumore all’utero molto raro in età giovanile:  le migliaia di casi registrati furono messi in relazione con l’uso del DES. Un secondo tragico evento riguarda l’uso della Talidomide: somministrato a donne in gravidanza provocava la nascita di soggetti  focomelici, cioè caratterizzati dal mancato sviluppo di tutti gli arti.

  Raggiunta la piena consapevolezza  dei rischi che l’assunzione di nuovi farmaci comporta, il percorso da seguire per mettere in commercio un farmaco è diventato molto complesso. Alla fine dello scorso secolo, le regole per “registrare” (cioè vederlo comparire nella Farmacopea) un nuovo “principio attivo”, ovvero una sostanza dotata di proprietà terapeutiche, si  deve sapere in dettaglio che cosa accade se somministrata ad un essere umano, studiando quale sarebbe  il destino della sostanza stessa. Come si distribuisce nei vari distretti del corpo; come viene eliminata ed in quanto tempo; quali sono i “recettori” con i quali interagisce. I recettori sono piccole parti delle cellule alle quali si legano i farmaci determinando una “risposta” della cellula. Tutto ciò viene studiato su animali ed in laboratorio, e serve da guida per sapere quali potrebbero essere gli organi bersaglio della sostanza. A parte vengono esaminati i possibili effetti avversi a lungo termine, somministrando la sostanza ad animali per un anno. Sempre su animali si fanno prove per eventuale teratogenesi. Tutti questi studi – rappresentati da esperimenti con i relativi risultati – devono avere una descrizione dettagliata in “quaderni” con pagine numerate, che vanno presentati  alle autorità sanitarie. A questa prima fase, che serve a capire se la sostanza è “sicura”, seguono le prove cliniche, svolte in due diverse fasi, la seconda delle quali è in “doppio cieco” (pazienti e revisori non sanno quali sono i soggetti che hanno ricevuto la sostanza e quelli che hanno ricevuto il “placebo”).   La documentazione per la approvazione  deve infine comprendere il procedimento con il quale è stato sintetizzato il principio attivo ed i metodi analitici per controllarne la purezza. Ogni nuovo farmaco deve essere seguito quando raggiunge il mercato, per riconoscere eventuali effetti avversi, oltre quelli identificati durante le prove cliniche. Per quanto riguarda le sostanze utilizzate per veicolare il principio attivo, se non si tratta di comuni nutrienti, anche esse devono essere sottoposte ad indagine più o meno complesse per valutarne la sicurezza, per poi comparire nella Farmacopea.

  I “vaccini” non seguono le regole stringenti delle quali abbiamo dato una sommaria descrizione. Questo lo si deve in parte alla tradizione: i farmaci si sono sviluppati in un ambito strettamente chimico, dove è possibile valutare dettagliatamente ciascuna sostanza che viene impiegata. I vaccini sono invece nati come rimedi empirici, gestiti direttamente secondo pratiche mediche. D’altra parte il diverso trattamento riservato ad i vaccini ha una solida base razionale nel fatto che il miscuglio di composizione pressoché sconosciuta che viene iniettato non si distribuisce in tutto il corpo (come fa un farmaco), ma rimane nella zona dove è stato introdotto: e questo è sufficiente a suscitare la “risposta immunitaria” desiderata. In conseguenza, le reazioni gravi ai vaccini sono estremamente rare, e questo giustifica controlli sulla sicurezza molto meno esaurienti.  

  La complessità degli studi necessari per mettere in commercio i farmaci “tradizionali” ha selezionato senza pietà le ditte farmaceutiche: solo poche sono sopravissute alla necessità di seguire procedure della durata di molti anni senza la certezza di raggiungere il traguardo sperato. Sono rimaste così sul mercato poche ditte in grado di “sviluppare” (cioè portare sul mercato) un farmaco “nuovo”; sono quelle che chiamiamo Big Pharma.

   Le lungaggini necessarie per commercializzare un nuovo farmaco – ed i colossali investimenti –  hanno  determinato da parte delle farmaceutiche una continua pressione per allungare la durata dei brevetti (che permettono la vendita in esclusiva del farmaco alla ditta che lo ha inventato), mentre la sopravvivenza di poche ditte ha prodotto di fatto una specie di oligopolio, al quale si è creduto di potersi opporre favorendo e regolamentando la produzione di “vecchi” farmaci, cioè di quelli per i quali è scaduto il brevetto. Si tratta dei farmaci “generici” o “equivalenti”, che troviamo nelle farmacie, prodotti da ditte che “confezionano” i diversi ingredienti seguendo la stessa “ricetta” del farmaco venduto dalla ditta che lo ha inventato. 

  Gli sviluppi della biologia ed in particolare della biologia molecolare hanno permesso di creare  farmaci di tipo nuovo. I “vaccini” ad mRNA appartengono senz’altro a questi rimedi di nuova generazione. I vaccini tradizionali sono spesso formati utilizzando gli stessi virus o batteri che si vogliono combattere: vengono quindi trattati in modo da renderli incapaci di dare luogo alla patologia. Il miscuglio delle sostanze residue funge da “antigene”. Questo il nome della sostanza o miscuglio capace di provocare la risposta immunitaria specifica per quel virus o batterio. I “vaccini” ad mRNA generano la risposta immunitaria con una modalità differente: viene iniettato il “codice” o “istruzione” che si introdurrà nelle cellule in modo che queste producano una proteina (Spyke) che funge da antigene. Così semplificato può sembrare che si tratta di un metodo più semplice e “pulito”del tradizionale: come spesso accade, il diavolo si nasconde nei dettagli. Innanzi tutto, affinché l’mRNA possa raggiungere ed introdursi nelle cellule, questo deve essere veicolato in nanoparticelle lipidiche (=ultramicro goccioline di lipidi), e questo farà si che particelle ed mRNA entrano nel torrente sanguigno e raggiungono tutti gli organi e distretti del corpo. Con questo, si dice addio alla principale caratteristica dei veri vaccini che è la quasi inesistenza di effetti avversi, e quindi la sicurezza. Poi, la proteina Spyke è una potente tossina, che provoca svariati danni, e può formarsi in ogni parte del corpo. Poi, dulcis in fundo, l’mRNA non è quello naturale ma è modificato nella struttura (una base, l’Uridina è sostituita dalla Pseudouridina); la modifica è necessaria in forza del fatto che l’mRNA naturale verrebbe immediatamente distrutto dal sistema immunitario innato. Secondo i saggi che conferiscono il Nobel, avendo il nostro “vaccino” salvato il genere umano da una strage, è stato conferito il premio per la medicina ai due ricercatori che hanno realizzato la bella trovata di un mRNA modificato per il quale non sono prevedibili gli effetti sull’organismo umano.

  Sono passati quasi tre anni da quando le prime fiale del miracoloso siero sono state portate in processione attraverso l’Italia. In molti paesi si sta tentando un bilancio su quanto, bene o male, è stato fatto per combattere la pandemia. In Italia, assistiamo ad un feroce boicottaggio delle iniziative timide che vengono promosse a questo scopo. Personalmente, non credo che sia sufficiente limitarsi ad una valutazione delle misure assunte per combattere il Covid; è necessario ritornare sull’intero percorso, mettendo in fila i fatti ai quali abbiamo assistito e quelli ai quali assistiamo tutt’ora.

  Ha realmente dell’incredibile come il Covid sia stata l’occasione per mettere in commercio – protetto da quella foglia di fico della “approvazione condizionata”- un farmaco il quale conteneva ingredienti nuovi, a dir poco pericolosi, violando consuetudini e regole accumulate attraverso l’esperienza di mezzo secolo. Non solo questo, ma addirittura il farmaco pericoloso è stato somministrato a tutti, anche a categorie che non rischiavano nulla se si fossero ammalati di Covid. L’evidente forzatura è stata resa possibile da una campagna complessiva nella quale non è stato ignorato alcun dettaglio. Sono state amplificate a dismisura i casi di contagio, cioè il numero dei malati, facendo fare nelle analisi un numero enorme di cicli di replicazione del DNA virale; è stato impedito – nei limiti del possibile – di svolgere autopsie sui deceduti – e di curare i malati, scoraggiando in ogni modo le visite domiciliari. Poi, il vero orrore: come protocollo terapeutico, il Ministero suggeriva “tachipirina e vigile attesa”. L’ultimo grave affronto ai cittadini è stato fatto quando essi sono stati costretti a firmare una manleva dalle responsabilità; si è toccato il fondo della ottusa violenza che è stata esercitata dalle autorità.  Qualcuno che ha osato parlare di cure è stato deriso od ostracizzato; persino qualche valido ricercatore, messo a tacere, non ha avuto il coraggio di difendere le terapie a base di anti-infiammatori. Finanche la definizione di “vaccino” è stata modificata nei dizionari, per renderla calzante con i vaccini ad mRNA. 

  La campagna di vaccinazione, in Europa e negli USA, con migliaia di morti e molti più danneggiati, ha fatto saltare le regole che hanno governato sino a ieri i rapporti tra ditte farmaceutiche ed autorità di controllo. E’ stato messo in commercio un farmaco, poi somministrato a miliardi di dosi senza tutte quelle fastidiose (e costose ) lungaggini che accompagnano la nascita di un nuovo farmaco. Questa “semplificazione” è stata ripetuta, quando Big Pharma ha messo in commercio altri “vaccini” adatti alle varianti del virus. Nel frattempo, l’OMS, una organizzazione finanziata per l’80% da privati (anche con interessi nelle farmaceutiche), vuole il monopolio per decidere se trattasi di pandemia e delle terapie e prevenzioni necessarie; una ulteriore facoltà sarebbe quella di censurare le fake news che riguardano terapie e farmaci.  Dal canto suo l’Europa, ovvero la Commissione nella persona della Van der Leyen ha dato una splendida prova di sé “acquistando” miliardi di dosi di vaccino, molte delle quali inutilizzate, con le modalità che abbiamo visto. Sempre ‘Europa non vuole trovarsi impreparata ed ha fatto nascere Hera; così come si parla di semplificare le procedure di approvazione dei farmaci.

  Nel periodo che va dal 2000 al 2019, le dieci Big Pharma hanno pagato, come ammende per comportamenti scorretti, più di 24 Mld di dollari. Il futuro, ove dovessero andare in porto i disegni della cupola che ci governa, dovrebbe essere molto più roseo per i big dei farmaci. Attraverso l’OMS sarebbero loro a decidere cosa fare in caso di pandemie, e con regole “addomesticate” per la produzione ed il commercio dei farmaci, i profitti sarebbero senza limiti. La pandemia di Covid ha tracciato la strada: gli effetti avversi di vaccini non hanno rilevanza secondo gli “scienziati” che si sono avvicendati sul piccolo schermo. Vi è chi dice che si tratta di fake news e chi invece sostiene che, avendo tutti i farmaci effetti indesiderati, è bene non parlarne. In caso di crisi sanitarie resteremo  in “vigile attesa” di sieri miracolosi, approvati senza le lungaggini che ne compromettono la tempestività,  con la certezza che le autorità sovranazionali faranno il nostro bene anche per le amorevoli attenzioni delle grandi farmaceutiche.

24/05/2024

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