Rosario Nicoletti

L’INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA

Ho ascoltato l’altra sera “Quarta Repubblica” durante il dibattito sulla Giustizia.  Sante Licheri, un esponente 5stelle dall’aspetto rassicurante, difendeva il “sistema Giustizia” considerando semplici eccezioni quei magistrati che deviano dalla retta via, mentre l’interlocutore era dell’avviso che qualcosa ci sia di sbagliato nel sistema. Sotto esame era, se non ricordo male il CSM, una istituzione sulla quale si sono accesi i riflettori da quando un libro ne ha svelato misteri e prassi disinvolte. E’ un momento che il dibattito sulla Giustizia è molto acceso; le leggi che regolano l’attività dei PM – tipico esempio le disposizioni sulle intercettazioni telefoniche – sono l’oggetto di interminabili dibattiti.

   Sono convinto che fino a quando si discuterà sulle leggi che regolano l’attività dei magistrati e che il Parlamento modifica continuamente alla ricerca della perfezione, non usciremo mai dalla crisi della giustizia. Quello che manca, e continuerà a mancare fino a quando non si interverrà, è la valutazione dell’opera del singolo magistrato, sia esso giudicante o inquirente.  Nel Regno d’Italia e nella prima metà del ‘900 una valutazione del lavoro del magistrato esisteva, e da essa dipendeva l’avanzamento nella carriera e nello stipendio. Per passare dal Tribunale alla Corte d’Appello si sosteneva un esame-concorso; lo stesso meccanismo era in funzione per entrare a far parte della Suprema Corte. L’esame era per titoli – sentenze e documenti prodotti durante il proprio lavoro – ed il numero dei posti disponibili corrispondeva alle esigenze di magistrati nelle diverse Corti. Quei concorsi interni avevano l’indiscutibile pregio di assoggettare i magistrati – come qualsiasi altro professionista o dipendente – ad un giudizio sul loro operato.  I Padri Costituenti, per affrancare la magistratura dal potere politico, formularono gli articoli che ne garantiscono l’autonomia. “I giudici sono soggetti soltanto alla legge” (art.101); “i magistrati si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzioni”(art.107); “la magistratura costituisce un ordine autonomo, indipendente da ogni altro potere”(art.104). Carriere, trasferimenti, assunzioni, e sanzioni disciplinari sono decise dal CSM (art.105), che è quindi un organo di autogoverno, formato (a maggioranza di due terzi) da rappresentanti eletti all’interno della categoria.

Il terzo comma dell’articolo 107 della Carta Costituzionale è stato il grimaldello che ha spalancato le porte alla abolizione di qualsiasi valutazione sul merito dei magistrati per l’avanzamento in carriera. Essendo l’unica possibile distinzione quella delle funzioni, ne consegue – in una visione estensiva dei principi costituzionali – che i magistrati sono tutti uguali e non possono essere soggetti a valutazioni comparative: spariscono così, successivamente, le nomine –  a seguito di esami – a magistrato di Corte di Appello (legge n. 570 del 25 luglio 1966) ed a magistrato di Cassazione (legge n.831 del 20 dicembre 1973).  Naturalmente queste leggi fanno seguito ad una costante pressione della Associazione Nazionale Magistrati, la quale ha costantemente riaffermato l’impossibilità, dettata a suo dire dalla Costituzione, di stabilire una gerarchia tra magistrati.

 La bizzarra idea che alcuni dipendenti statali  – i magistrati – non potessero essere collocati in una gerarchia ha trovato la sua espressione più singolare, quando nel 1989 è entrata in vigore la riforma dei codici di procedura penale, passando dalla figura del Giudice Istruttore quale dominus dell’accusa a quella del Pubblico Ministero. L’assurdo, se così si può dire, ha fatto un deciso passo avanti: il P.M. non ha alcun argine, se non il parere del Collega della stanza accanto (il Giudice delle Indagini Preliminari, o GIP): e quanto vale per la magistratura giudicante vale – in termini di autonomia e di libertà – per la magistratura inquirente.   Così la libertà e la vita dei cittadini sono nelle mani dei singoli magistrati, che non possono essere chiamati alle loro responsabilità se non “per dolo o colpa grave” (come recita la legge sulla responsabilità di questi funzionari): gravità di colpa che viene valutata dal CSM, ovvero da rappresentanti eletti della categoria.

  Ci si dovrebbe rendere conto che il vero guaio della Giustizia è quello di avere collocato i magistrati in una casta i cui componenti non sono mai sottoposti ad un giudizio sul lavoro che svolgono. Con buona pace di quanti sostengono che il CSM svolge tale ruolo: per smentirli, è sufficiente il dato che più del 99% dei magistrati gode di un giudizio positivo sul proprio operato. Se poi si aggiunge il fatto che l’aumento stipendiale non è legato alla funzione ma semplicemente alla anzianità, qualunque persona di buon senso capisce che sono stati aboliti quei meccanismi che in qualsiasi società portano o forse costringono a svolgere il proprio lavoro con impegno e dedizione.

  L’operosità e la correttezza dei singoli magistrati sono affidati alla coscienza di ciascuno; non credo esista al mondo un’altra categoria di professionisti o dipendenti il cui operato non venga valutato – direttamente o indirettamente – da soggetti terzi ed il cui progredire in carriera non dipenda dalla qualità del lavoro.  E’ questo l’aspetto sui generis della carriera del magistrato in Italia. Se si tiene conto di questa singolarità, si capisce come un laureato in legge che abbia superato il concorso e sia entrato nella casta può pensare: “faccio quello che mi pare”. Ad esempio, se è appassionato di politica può perseguitare gli avversari con gli strumenti di cui dispone senza alcun limite. O come accaduto in questi giorni a Cremona, la Presidente del Tribunale può “cacciare” dei giudici popolari già selezionati, perché non vaccinati. Ed è perfettamente conseguente che il desiderio del magistrato di affermarsi e di primeggiare, piuttosto che essere indirizzato al miglioramento del proprio lavoro, venga talvolta diretto a tessere una trama di amicizie ed a scambiare favori; nascono così le famose “correnti”, delle quali poi tutti si scandalizzano. Le proposte dirette a limitare il potere dei magistrati che ipotizzano una “responsabilità civile”, penso non abbiano alcun avvenire: trovo sbagliato che chi giudica debba trovarsi sotto una mannaia, ed il fatto che dovrebbero essere altri magistrati a valutare la responsabilità renderebbe il sistema poco efficiente. I problemi della magistratura e lo “strapotere” del quale tanto ci si lamenta, vanno affrontati sul piano amministrativo e della meritocrazia.

  Vorrei concludere richiamando quanto accennato all’inizio a proposito delle leggi. Cito le intercettazioni telefoniche, che sono giustamente ritenute uno strumento indispensabile di indagine. La legge che le regola è stata più volte modificata, cercando una impossibile perfezione, ed è tuttora oggetto di interminabili discussioni. L’obbiettivo sarebbe quello di scriverla in modo che di essa non si possa abusare. Io ritengo questa una missione impossibile; quella che va cambiata è la testa di chi le applica o le interpreta. Deve essere molto semplicemente un magistrato consapevole del fatto che quanto lui farà servendosi di quella legge verrà giudicato; cosa molto semplice, che oggi non può accadere.

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