Rosario Nicoletti

LA SCIENZA TRADITA

  Nei primi anni della mia carriera di ricercatore, le molte ore passate in laboratorio erano in parte dedicate alla preparazione di sostanze o materiali che all’epoca non erano acquistabili, come avviene quasi sempre oggi. Era così necessario ripetere ricerche fatte da altri in epoche precedenti, utilizzando  “ricette” descritte nei lavori letti sulle riviste scientifiche. In genere era possibile ripetere gli esperimenti, ottenendo quanto atteso, per qualità e quantità; qualche volta il successo non era completo o addirittura non si otteneva quanto descritto.  Lavori dello stesso genere venivano svolti indipendentemente in un laboratorio di ricerca di una ditta farmaceutica, diretto da un mio amico e collega. L’amicizia e la conseguente frequenza alla quale eravamo abituati, ci portavano a scambiarci le idee sui problemi di lavoro.  Entrambi eravamo del parere che le pubblicazioni meno recenti (quelle più “vecchie” di una diecina di anni) descrivevano esperimenti che era possibile ripetere con risultati identici a quelli riportati. Nei lavori più recenti – specie se provenienti da paesi con una modesta tradizione chimica – i risultati non erano talvolta  quelli attesi. Non immaginavamo che quello che allora era un capello sarebbe diventato in seguito una trave.

  Il lavoro di ricerca può essere puramente speculativo ma deve sempre partire dalla osservazione di fatti o di fenomeni che si svolgono naturalmente o che avvengono perché preparati in laboratorio: in questo caso chiamati nel gergo della ricerca “dati sperimentali” . Nel mondo scientifico – mi riferisco a quello del passato – la sacralità dei dati o delle osservazioni era assoluta; rappresentava il pilastro sicuro sul quale si sono costruite e si costruiscono tutt’ora teorie, deduzioni e tutto quello che rappresenta il corpus della ricerca scientifica.  Circa a metà del secolo scorso, per migliorare la qualità della ricerca, le riviste più prestigiose hanno cominciato a far valutare i lavori da pubblicare da altri ricercatori aventi competenza uguale o simile a quella degli estensori dell’articolo. Era cominciata l’epoca nella quale la revisione dei lavori diventa popolare e la grande stampa, nel suo provincialismo, la descrive oggi come “lavori sottoposti a peer review”. Va chiarito che il recensore non controlla la veridicità dei dati riportati, ma accerta che le conclusioni e le considerazioni che si possono trarre da quei dati sono proporzionate e coerenti con le comuni conoscenze in materia. Questo sistema, tuttora in vigore ha qualche inconveniente e molti pregi; senza dubbio ha migliorato la qualità della ricerca ed ha permesso di classificare il prestigio di una rivista scientifica, misurata dalla “intransigenza” dei recensori dei lavori. E’ nato così l'”indice di impatto” come misura numerica dell’importanza di una rivista. Su queste basi i giornali scrivono che Nature o The Lancet sono tra le riviste più prestigiose al mondo.

  Il tranquillo mondo della ricerca – mi riferisco alla ricerca di base, cioè a quella non finalizzata alla confezione di  prodotti da immettere nel mercato – è stato lentamente intossicato dal progresso  e dalla espansione della ricerca. La crescita numerica dei ricercatori ha provocato una competitività che ha finito col danneggiare la qualità del prodotto. Per fare ricerca bisogna avere mezzi finanziari, e per averli serve pubblicare su riviste prestigiose.  La carriera del ricercatore è condizionata dal numero e qualità delle pubblicazioni: così è iniziata l’epoca riassunta nella frase “publish or perish”.  La presenza di  revisori severi, pronti a bocciare lavori dalle conclusioni non sufficientemente documentate, ha fatto si che l’approssimazione (chiamiamola così) si è spostata sui dati sperimentali, prima “arrotondandoli” e poi, in qualche caso, inventandoli di sana pianta.  Così è finita e si è conclusa l’epoca nella quale i dati sperimentali e l’osservazione erano considerati aspetti sacri di qualunque ricerca.

 Nello stesso tempo maturavano idee capaci di interferire con la ricerca scientifica. I grandi benefici economici prodotti dai risultati della ricerca hanno fatto si che, con la crescita del numero dei ricercatori e delle risorse impiegate, si consolidasse l’idea che la ricerca in genere dovesse essere “finalizzata”, cioè adatta a produrre risultati di valore applicativo e quindi economico. I ricercatori si sono così trovati stretti in una tenaglia: da un lato, bisognava produrre lavori di buona qualità ed in gran numero, d’altra parte le ricerche dovevano portare a risultati di importanza economica. Nel loro mondo la tentazione di “fare i furbi” è diventata molto forte.

  “La rivista (Nature), la più letta nei laboratori di tutto il mondo, ha pubblicato un sondaggio tra i suoi lettori che denuncia un problema sempre più grave: molti risultati scientifici pubblicati anche dalle maggiori riviste, quando vengono verificati da altri scienziati, vengono smentiti.”  Così scriveva “Il Manifesto” in data 3 Giugno 2016 (https://ilmanifesto.it/la-scienza-non-ammette-repliche). In breve, il 70% dei ricercatori che avevano tentato di riprodurre esperimenti descritti non era riuscito nell’intento.  E per il 90% dei ricercatori interpellati si trattava di un grave problema.  Ma gli sgradevoli fatti segnalati da Nature non sono isolati. Più avanti si leggeva sempre sul citato articolo de “il Manifesto”: “Nel 2015, un team internazionale aveva tentato di replicare 100 esperimenti pubblicati sulle riviste di psicologia più prestigiose, con un tasso di successo pari al 40% dei casi. Nel 2012, anche i ricercatori della Amgen, una società farmaceutica che setaccia le ricerche pubblicate alla ricerca di risultati promettenti verso lo sviluppo di nuovi farmaci, si erano lamentati: su 53 ricerche «interessanti», solo in sei casi i risultati erano stati confermati in laboratorio.”   In sostanza, da questi fatti si evince che manomettere i dati, per renderlì più allineati ai propri desideri, sia uno sport molto diffuso. Va precisato che il maggior numero di mistificazioni riguarda la medicina, come del resto è da attendersi; in questo settore la competitività è massima per gli interessi economici che lo permeano.

  Il controllo dei recensori – la osannata peer review – non ha alcun ruolo rispetto alla manomissione dei fatti, cioè degli esperimenti o delle osservazioni. I recensori non ripetono questi ultimi, ma danno regolarmente per buone quelli descritte nell’articolo sottoposto al loro esame. Infatti, il loro compito è semplicemente quello di accertare che le deduzioni tratte dai dati descritti siano corrette.  Va sottolineato che l’incertezza dei dati e delle osservazioni mina profondamente l’edificio della scienza.  I dati forniti dagli esperimenti, così come l’osservazione dei fenomeni devono essere di una granitica certezza. La scienza è credibile solo a queste condizioni: cognizioni, teorie ed ogni tipo di credo può (e deve) essere soggetto a revisione, ma non vi può essere alcun “aggiustamento” sui fattI.

  Se quanto abbiamo delineato è maturato negli anni e si è iniziato ad averne coscienza nella prima parte degli anni 2000, quanto è accaduto dopo ha finito di compromettere definitivamente la credibilità della scienza. La pandemia è stata l’occasione nella quale una caricatura della scienza è stata messa sul palcoscenico della comunicazione, mentre si esibiva un circo di sedicenti scienziati, politici, giornalisti. Con estrema disinvoltura gli “scienziati” discettavano sul morbo a loro dire sconosciuto, per il quale loro avevano alcune granitiche certezze, che venivano però smentite il giorno successivo. I politici si sono distinti per avere sciorinato una gran numero di disposizioni cervellotiche, assunte, a loro dire, in quanto lo esigeva “lascienza”. La maggioranza dei giornalisti non è stata  da meno nel battere la grancassa  per accompagnare la festa. E sempre per ricordare come una parodia di scienza ha guidato le “autorità” preposte alla garanzia della nostra salute, non dimentichiamo che le prime autopsie, che hanno fatto comprendere i danni fatti dal virus, sono state eseguite in contrasto con le direttive sanitarie. Altrettanto vale per il celebre protocollo terapeutico “Tachipirina e Vigile Attesa” che rimarrà scolpito nella pietra, come esempio di ignoranza.

  L’arrivo di un vaccino approntato in fretta e furia, ignorando e calpestando le leggi che regolano la preparazione di nuovi farmaci, ha permesso l’avvio della più becera ed ottusa campagna contro una minuscola minoranza di no-vax, cioè di esseri umani che, con molta saggezza, non volevano sottoporsi alla puntura. “Serve Bava Beccaris vanno sfamati col piombo” Così Giuliano Cazzola, giornalista; “Non chiamateli no-vax chiamateli con il loro nome: delinquenti” Alessia Morani deputata; “I rider devono sputare sul loro cibo” Davide Parenzo giornalista; ecco qualche esempio di frasi celebri, raccolte da La Verità. Queste frasi sono gravi non tanto perché rivelano l’ignoranza di chi le ha pronunciate, ma sono l’indice di una intolleranza nei confronti del dissenso, che può benissimo esercitarsi nei confronti di una nuova forma di cura preventiva. L’intolleranza nei confronti di chi dissente è un altro nemico della vera scienza: questa esiste e prospera in quanto confronto ed eventuale sintesi tra idee differenti. Questa intolleranza si è esercitata in modo vessatorio contro tutti coloro che manifestano dubbi sulla efficacia e sicurezza dei vaccini: immediatamente venivano classificati “no-vax”.  Si è scoperto in seguito che i dubbi erano più che giustificati.

  Per concludere queste tristi considerazioni sul declino della scienza e della sua credibilità, ci resta ancora da esaminare il veicolo del quale essa si serve, ovvero le riviste scientifiche. Di queste abbiamo già trattato, ma senza affrontare un aspetto: sono realmente libere ed accettano lavori con i quali si confrontano idee diverse, e magari in contrasto tra  loro? La risposta  non è positiva e gli esempi di censura per lavori su argomenti “sensibili” che non appoggiano la corrente prevalente si moltiplicano. Due sono gli argomenti per i quali il dissenso non è consentiti: vaccini e clima.  Si deve per forza credere che i vaccini sono efficaci e privi di effetti avversi, mentre il clima è impazzito e lo è per colpa degli uomini che bruciano i fossili. Lavori le cui conclusioni sono in contrasto con queste due affermazioni difficilmente sono accettati dalle riviste. Possiamo portare due esempi illustrativi. Gli autori di “A critical assessment of extreme events trends in time of global warming”, Franco Prodi, Gianluca Alimonti, Luigi Mariani e Renato A. Ricci hanno visto il loro lavoro cancellato dalla rivista European Physical Journal plus. Pare che un referee abbia scritto che il lavoro poteva avere implicazioni negative, screditando la crociata climatica (da La Verità del 26/8/23).Un altro esempio è un lavoro dal titolo “A systematic Review of Autopsy Findings in Deaths after COVID-19 Vaccination”, che riporta centinaia di autopsie condotte negli USA su deceduti a seguito del vaccino. Nel 70% dei casi è stato trovato un riscontro.  La prestigiosa rivista The Lancet ha cancellato questo lavoro (https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=4496137) presentato in pre-print in data 3 Luglio 2023.  

  Non è superfluo aggiungere che l’allineamento delle riviste scientifiche alle correnti di pensiero prevalente con l’ostruzionismo che subiscono idee ed opinioni difformi non fa che mettere gli ultimi chiodi alla bara della SCIENZA.

Da oltre vent’anni, e su basi statistiche molto più solide, la questione è denunciata e analizzata da John P. Ioannidis dell’Università di Stanford (California), oggi il maggior esperto a livello mondiale sull’affidabilità delle scoperte scientifiche. Le cause della «crisi» sono numerose, secondo lo scienziato greco-americano. Le frodi scientifiche vere e proprie rappresentano una minoranza dei casi. Ma non è una buona notizia, perché pone sotto accusa le prassi consolidate della comunità scientifica e riguarda anche i ricercatori più rispettati.

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