Rosario Nicoletti

L' UOMO E L' ENERGIA

Un programma de La7, una delle televisioni più ortodosse nella narrazione ambientale,  ha il titolo: “Un pianeta da salvare”. Credo che nella nostra epoca si sia perso, ahimè, il senso del ridicolo. L’idea di una mobilitazione per il salvataggio del pianeta terra non suscita ilarità: è certo che la sorte del nostra pianeta non dipende da quello che possiamo fare, noi, poveri umani; al più, con le nostre azioni scriteriate, possiamo estinguerci come specie vivente sulla terra.

  Secondo la narrazione che sovrasta su ogni altra, il riscaldamento provocato dall’eccesso di anidride carbonica prodotta dalle attività umane sta per compromettere l’equilibrio ambientale. Da tempi immemorabili l’uomo, da quando ha avuto da Prometeo  il dono del fuoco, produce questo gas, inodore e incolore, che peraltro è indispensabile alla vita stessa, essendo all’apice della catena alimentare. Gli stessi animali  bruciano idrati di carbonio ed emettono CO2; sarebbero anch’essi inquinanti. L’anidride carbonica, oltre che nell’atmosfera, si trova disciolto in gran quantità nei mari: c’è un continuo scambio tra acqua  ed aria. L’equilibrio conseguente(potremmo dire le quantità reciproche)  è regolato dalla temperatura e dalla acidità dei mari. Quando è più caldo e/o più acido, parte dell’anidride carbonica si sposta nell’atmosfera; l’inverso succede nel caso opposto. Si può essere certi che negli ultimi centomila anni – periodo nel quale si suppone si sia formata la specie umana – la concentrazione della CO2 è variata continuamente, senza per questo impedire l’evoluzione degli esseri viventi.

  Nella storia dell’uomo la ricerca di energia per trovare aiuto nei lavori da svolgere ha avuto sempre un ruolo di primo piano. All’inizio ci si è avvalsi di animali, che sono stati preziosi collaboratori: è verosimile che il progresso, che è stato maggiore in alcuni parti del mondo rispetto ad altre, sia stato favorito dalla presenza di animali addomesticabili.  In parallelo, se così si può dire, gli uomini hanno trovato i combustibili, cioè materiale da bruciare; all’inizio il legno, e successivamente i combustibili fossili, il cui uso si è protratto fino ai giorni nostri.  In Cina si conoscevano petrolio e carbone molti secoli prima di Cristo; i Romani sfruttarono il carbone nella attuale Inghilterra quando la occuparono nei primi secoli della nostra era. Il metano, diventato popolare in tempi recenti, è stato scoperto da Alessandro Volta; questo geniale scienziato, oltre l’elettricità scoperse anche il metano.  Questo gas si forma in processi geologici , ma anche biologici.  

   L’energia eolica è stata largamente utilizzata dagli uomini per conquistare i mari. Egiziani, Arabi, Fenici, migliaia di anni AC avevano navi a vela; In tempi più vicini a noi, il vento è stato usato per azionare i mulini. L’uso dell’energia solare non è stato nel passato altrettanto diffuso, ma secondo alcuni autori, una serie di specchi sarebbero stati utilizzati per incendiare navi romane, durante l’assedio di Siracusa, nel 212 AC. Questa azione bellica è legata al nome di Archimede , celebre matematico e scienziato dell’epoca.

  In certo qual modo, salvo sporadiche eccezioni, i due canali sui quali è richiesta energia, il calore ed il moto (trainare un carro, sollevare pesi) sono stati fino al secolo XVIII separati; l’invenzione delle macchine che convertono il calore in moto ha dato inizio alla rivoluzione industriale ed all’era moderna. Da quel momento l’uso dei combustibili fossili è aumentato a dismisura, dando inizio ai problemi ambientali nei quali siamo oggi coinvolti.  Alla fine del secolo XIX il petrolio ha iniziato la sua corsa, affiancandosi al carbone. Probabilmente, a “tirare la volata” a questo combustibile è stata la diffusione delle automobili e degli altri veicoli su strada. Mentre per i grandi mezzi da trasporto (treni, navi) andava bene il carbone, per i mezzi più piccoli il petrolio è molto più adatto: tutti i generi di veicoli sulle strade hanno cominciato a circolare utilizzando petrolio o suoi derivati. Vale la pena ricordare la comparsa di macchine elettriche, travolte in seguito dalla concorrenza di quelle a benzina.  Nel frattempo, sempre verso la fine del diciannovesimo secolo, è stata scoperta la “corrente elettrica”. In questo caso si tratta di energia pura, che va prodotta con macchine a loro volta azionate da altre forme di energia. E verso la metà del ventesimo secolo è stata scoperta l'”energia nucleare”, che può essere ottenuta dalla “scissione” di atomi di alcune sostanze: piccole quantità di materia che si perde in questi processi  si trasforma in una grandissima quantità di energia. Questa  si è presentata all’umanità nel suo aspetto apocalittico; con la distruzione di città e la strage di centinaia di migliaia di abitanti.  E’ probabile che questo esordio abbia condizionato la percezione su questo tipo di energia.

  Dopo questa lunga premessa, possiamo esaminare i limiti e le caratteristiche delle varie fonti energetiche e quanto sia stupido e velleitario pensare di sostituire le une con le altre senza pagare un altissimo prezzo. L’era industriale è nata con il carbone, che, per più di un secolo l’ha fatta da padrone. E’ stato in gran parte rimpiazzato dal petrolio perché la sua combustione porta alla liberazione nell’atmosfera di sostanze tossiche, che derivano dalle molte impurità presenti  nel carbone, la più comune essendo lo zolfo. L’uso del carbone comporta  un pesantissimo inquinamento atmosferico, concentrato nelle zone dove lo si utilizza. Il carbone ha a suo vantaggio la diffusione ed un costo basso di estrazione, anche se le condizione dei minatori sono tra le più disagiate e pericolose. Attualmente, Il suo uso è limitato ai paesi meno sviluppati nella economia. Il petrolio ha un costo di estrazione maggiore e che richiede tecnologie sempre più avanzate. La lavorazione del petrolio grezzo ha fatto prosperare la “petrolchimica”, quel ramo dell’industria nel quale si preparano, separando o modificando, i derivati del petrolio che servono come combustibili  (benzine, gasolio) o come materia prima per l’industria chimica (dalle plastiche alla farmaceutica). La combustione dei derivati petroliferi è più “pulita” di quella del carbone, ma anche qui si hanno prodotti secondari che sono inquinanti. Di qui le automobili “euro” con qualche numero che indicano il livello di inquinamento dato dai gas di scarico. Il metano è il combustibile che produce meno inquinamento,  ma ha lo svantaggio di essere molto meno trasportabile degli altri due, e viene  distribuito attraverso una rete di tubazioni.  Nelle zone isolate, per la difficoltà di essere servite da condotti,  è normale l’uso del GPL (uno dei prodotti della petrochimica) che può essere visto come un surrogato del metano. In Italia metano e GPL hanno soppiantato il gasolio nel riscaldamento domestico proprio  per alleviare i problemi ambientali.

  L’elettricità, come abbiamo detto, è una forma di energia pura, mentre i fossili si trasformano in energia con la combustione. Essendo pura energia non ha scorie o prodotti secondari di alcun genere; l’ideale per gli irriducibili ecologisti. Ma ha più di un grave inconveniente. Innanzi tutto va prodotta, attraverso dell’energia meccanica o altre energie alle quali faremo cenno. Quando da una energia se ne produce un’altra è certo che se ne disperde una parte;  sono le inesorabili leggi della fisica. Al momento, le fonti energetiche più disponibili sono i fossili: utilizzando loro, l’inquinamenti, cacciato dalla porta, torna dalla finestra. Ma l’elettricità può essere prodotta sfruttando il vento o i raggi solari: e su queste due possibilità si è appuntata l’attenzione degli ecologisti. Di qui la corsa alla installazione di pannelli solari e di pale eoliche, una nuova versione dei mulini a vento. Oltre al costo ed ai problemi ambientali (pannelli e pale eoliche deturpano il paesaggio) la principale critica va fatta sulla discontinuità delle fonti dette rinnovabili: quando c’è poco sole o poco vento il rendimento è scarso , per azzerarsi con il buio o l’assenza di vento. E qui ci scontriamo con i limiti dell’elettricità, se la prociamo con rinnovabili: il trasporto e la conservazione sono ben più critici rispetto ai fossili. Il trasporto richiede la continuità di cavi e parte dell’energia si disperde, in funzione della distanza. Peggio va sulla conservazione: immagazzinare grandi quantità di corrente elettrica richiede dispositivi pesanti e costosi.  Per portare un esempio, tutti coloro che con impianti solari producono corrente elettrica in quantità tale da essere indipendenti, devono essere collegati alla rete elettrica dalla quale sono serviti durante le ore notturne, ed alla quale riversano parte dell’energia che producono in eccesso nelle ore di irradiazione solare. Questo se non vogliono sobbarcarsi a costi proibitivi; sono così economicamente indipendenti, ma non tecnicamente.

  L’elettricità può essere prodotta dall’energia nucleare: quasi tutti i paesi avanzati dispongono di “centrali nucleari”. La Francia ha fatto da anni questa scelta ed in quel paese l’energia elettrica ha i costi molto contenuti. Il nucleare ha molti vantaggi, pur essendo visto con un terrore superstizioso dagli ambientalisti più ortodossi. Gli impianti sono più costosi di quelli da combustibili, ma molto meno di eolici o fotovoltaici. A differenza delle centrali a carbone, ed a quelle a cherosene, l’inquinamento è quasi inesistente. Le quantità di materiali in gioco sono una frazione minima rispetto a quelli necessari ad alimentare una centrale a carbone, che è quella dai costi inferiori ad ogni altra. Il problema della eliminazione delle scorie è tuttora controverso, dato che la radioattività di quanto va eliminato dura millenni. Anche la sicurezza delle centrali, in continua evoluzione, ne rende imprecisa la valutazione dei costi.

  Un cenno meritano i conati che riguardano un possibile uso dell’idrogeno come vettore di energia. Di questo materiale fa gola il fatto che i sottoprodotti della combustione sono ai minimi. Niente CO2, che sembra essere la fonte di tutti i mali; nessuno però parla della formazione degli ossidi di azoto, sicuramente più abbondante rispetto a quelli della combustione dei fossili. Le difficoltà di trasporto e la scarsa maneggevolezza, oltre all’enorme costo di produzione, lo rendono per ora adatto ad essere usato in miscela col metano; questo uso fa lieti i fanatici della “decarbonizzazione”.

  Possiamo ora affrontare l’argomento che più ci sta a cuore: quali sono le prospettive e quale sarà l’avvenire che l’Europa sta preparando e vorrebbe imporre a tutti noi. Una prima, banale constatazione: lo sviluppo vertiginoso degli ultimi duecento anni  è stato reso possibile dalla disponibilità di energia a basso costo. Non è superfluo ripetere che questa risorsa immateriale è la prima e la più importante delle materie prime. Il vento e le cascate d’acqua sono conosciute da moltissimo tempo, ma senza l’uso dei combustibili fossili gli uomini non avrebbero il livello di benessere oggi raggiunto. L’idea della “decarbonizzazione” totale, cioè l’idea di eliminare i fossili può essere realizzata solo con l’esteso uso del nucleare: solare ed eolico sono discontinui, mentre la richiesta di energia è continua. D’altra parte la “conservazione” dell’energia elettrica,  generate in ore differenti da quelle dell’uso, ha costi e richiesta di materiali smisurati. Di conseguenza, modeste quantità possono essere sempre a portata di mano, ma ciò non è possibile con le  grandi quantità. La diffusa ignoranza nelle materie scientifiche può far credere che il “progresso” porterà a batterie piccole e leggerissime, pur avendo una enorme capacità. Si disilludano questi futurologi. Il progresso in questa direzione c’è già stato, ma non ci si può aspettare che continui all’infinito.

  La pretesa di avere in futuro solo automobili elettriche ci da l’occasione di vedere quanto sia velleitaria ed irrealizzabile una simile idea, a meno di non accettare un enorme regresso nel modo di vivere e di benessere socio economico.  L’auto elettrica avrà sempre una autonomia limitata: per quanto ci si sforzi a costruire batterie più capaci, il limite è il tempo necessario alla ricarica. E’ possibile trovare qualche scorciatoia, ma a caro prezzo. Ad esempio, si possono diminuire i tempi, ma va aumentata la potenza disponibile: significa avere una maggior quantità di corrente al momento della carica, insieme a linee  capaci di sopportarla. Oppure, si può pensare di organizzare un “cambio” della batteria esausta con una ricaricata. Ma per fare questo è necessaria una rete di stazioni, ciascuna con un costo ben diverso da quello di una che distribuisce carburante. Ed infine, come fare tutta l’energia elettrica che serve?  C’è poi tutto un capitolo, al quale nessuno fa cenno. Come la mettiamo per i trasporti pesanti su strada? Avremo dei TIR elettrici? Quale sarà la loro capacità di carico, dato che le batterie pesano molto? E se trasportano frutta dalla Spagna all’Italia, quante ore devono perdere nei rifornimenti?

  Vorrei concludere con una nota di ottimismo. Spero  che gli europei non siano tanto stupidi da correre in solitaria verso la loro rovina. Perseguire la follia della decarbonizzazione totale (una utopia) metterà in sofferenza le economie e porterà ad un dimezzamento dei redditi delle famiglie. Se poi consideriamo l’Italia, il nostro Paese, la situazione è ancora più preoccupante. Siamo sotto un attacco a tre punte: una è quella che riguarda tutta Europa e della quale abbiamo sin qui trattato. Un altro motivo di preoccupazione è il MES, al quale dovremmo aderire. Nella sua ultima versione, semplificando, si tratta di un fondo comune, creato col contributo di tutti, al quale si può ricorrere per prestiti. Il bello che se tutti contribuiscono, non tutti possono avvalersene alle stesse condizioni: alcuni, meno uguali degli altri, possono si ottenere prestiti, ma a patto che accettino di sobbarcarsi a diktat sull’economia (per capire quello di cui stiamo parlando, va tenuto presente il caso trascorso della Grecia). Il terzo ferro di lancia, pronto a trafiggerci, è il “patto di stabilità”. Chiamarlo “patto” è puro sadismo, dato che una vera imposizione da parte della Germania, sempre spalleggiata dagli altri paesi del nord, i quali temono che le cicale mediterranee possano rubare qualche spiccio ai laboriosi popoli nordici. La novità di questo nuovo patto sta nella sua “flessibilità”. A differenza del precedente che imponeva alcuni valori numerici per i bilanci di tutti i paesi membri – ad esempio, il deficit nel rapporto debito PIL non doveva superare il tre per cento- in questo nuovo “patto” sarà la Commissione a decidere caso per caso. I Parlamenti saranno sempre più inutili; gli affari economici sono decisi altrove.

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