Rosario Nicoletti

IO E L'INFORMATICA

 Quando ero studente universitario  computers ed informatica erano di la da venire. L’unico dispositivo per fare calcoli a disposizione di noi studenti di Chimica era il “regolo  calcolatore”. Si tratta di una specie di righello graduato, dotato di un cursore scorrevole, anch’esso graduato:  sfrutta  le proprietà dei logaritmi e spostando il cursore si possono eseguire operazioni di moltiplicazione o divisione. Erano gli anni ’50, ed i primi contatti con l’informatica li ebbi una diecina di anni dopo.

  Mi trovavo a Los Angeles, alla prestigiosa UCLA, dove trascorrevo  un anno a scopo di addestramento e ricerca, avendo vinto una borsa di studio NATO.  Avevo scelto quella università, dove operava un docente che lavorava nella Spettrometria di Massa applicata ai composi organici, una tecnica che muoveva i primi passi e che ha avuto poi un grande avvenire. Per utilizzare al meglio lo strumento – uno “spettrometro di massa” grande quanto un armadio guardaroba – i dati, che venivano raccolti leggendo una striscia di carta fotosensibile, dovevano essere trasferiti in un calcolatore; questo, in base ad un programma, eseguiva i calcoli necessari e disegnava un grafico.  Il trasferimento avveniva preparando un certo numero di “schede perforate” da  dare al computer, che le leggeva, ed in pochi istanti una stampante provvedeva a “scrivere” i risultati ed il grafico. Tutto questo oggi è fatto da un personal collegato allo spettrometro di massa ed ad una stampante, macchine che occupano un tavolino; all’epoca il computer (un IBM 360), diviso in diversi unità, riempiva uno stanzone, mentre la stampante era una macchina infernale, più grande di un pianoforte verticale, che faceva un fracasso indescrivibile. Con il mio inglese claudicante ero in difficoltà se dovevo comunicare con qualcuno dei presenti. 

  Terminato il lavoro alla UCLA, tornai a Roma portando con me le schede del programma  che utilizzavo a Los Angeles. L’Istituto nel quale lavoravo, per la lungimiranza del Direttore, mise a disposizione, a me e ad i colleghi uno spettrometro di massa, uno dei primi ad essere funzionante in Italia: in questo modo potemmo utilizzare il programma ed il know-how portati in Italia.

  Gli anni seguenti trascorsero rapidamente tra occupazioni, scioperi ed agitazioni varie: era il ’68 che si protrasse per diversi anni. Dopo un altro decennio o poco meno, divennero commerciali i personal computers; potei così averne finalmente uno.  Lo si poteva utilizzare per calcoli anche complessi o per dei giochi; l’uso che io ne feci – per me straordinario – era quello di macchina da scrivere. Con la scrittura a macchina  ho  sempre avuto un pessimo rapporto; maldestro, facevo continuamente errori. Ad ogni errore è necessario cancellare; ma facendolo una seconda volta, si buca il foglio ed è giocoforza buttarlo. Scrivere a macchina è stata sempre per me una tortura; per i lavori o i libri, scritti prima che apparissero i personal, ho avuto la fortuna di trovare chi copiava a macchina il mio manoscritto. Le possibilità di correggere senza limiti e di trasportare da un punto all’altro interi brani mi hanno riconciliato con la scrittura a macchina: mai come per questa innovazione ho benedetto il progresso.

  Un nuovo e decisivo passo avanti avvenne quando fu possibile collegare il computer  alla rete. Questo passo, le cui conseguenze hanno richiesto qualche tempo per comprenderne la portata, ci ha proiettato  in un mondo nel quale le distanze sono state quasi annullate.  Il primo risultato fu la facilità con la quale si può consultare la “letteratura”; per chi fa ricerca, leggere e studiare quello che hanno fatto altri ricercatori nello stesso campo è il carburante con il quale si alimenta il lavoro. Poi, un altro regalo del collegamento in rete fu la posta: l’estrema facilità e velocità con la quale si comunica tra amici e colleghi che si trovano in paesi e continenti diversi.  Poco a poco siamo arrivati a tutto quello che ci offre oggi il computer collegato in rete; possiamo fare acquisti, tenerci informati, addirittura in molti casi lavorare “da remoto”,  risparmiando la fatica di trasferirci sul posto di lavoro.

  Ma da una decina di anni o poco più gli straordinari progressi, che ho più sopra ricordato,  vengono avvelenati da fatti negativi, che disturbano sempre di più noi piccoli utenti della rete. Non parlo delle incursioni degli hackers, o dei guai che possono colpirci quando si compiono  operazioni delicate (ad esempio sul proprio conto bancario). Queste possono essere vere sciagure: ma sono prevedibili  e per le quali  esistono difese. Alludo ad altro, al vero tormento al quale si è sottoposti quotidianamente per la comparsa continua di schermate estranee rispetto a quello che si sta facendo sul computer o sul “telefonino”.

  Il motore di questi ripetuti e continui attentati al sereno uso dell’informatica è la pubblicità. Tutte le produttrici di programmi di uso comune  martellano continuamente il malcapitato cliente con l’offerta di aggiornamenti o ampliamenti del programma stesso.   La grande Microsoft interviene continuamente proponendo di “aggiornare” il sistema operativo con uno più moderno, oppure offre servizi strani ed incomprensibili a quelli che, come il sottoscritto, non sono Sacerdoti del Credo Informatico.  Se si sta navigando in un sito, magari leggendo dei Post, compaiono improvvisamente pagine con le quali ti invitano a comprare merce di ogni genere. Trovo insopportabili le continue intrusioni alle quali si è sottoposti utilizzando la rete;  per non parlare dei telefonini, dove la situazione è di gran lunga peggiore. In questi, leggere un intero articolo mette a dura prova la pazienza: il testo saltella in continuazione, devastato dalla continua comparsa di scritti o finestrelle. Alcuni di questi scritti, a volte intere pagine, si concludono con un  perentorio “ACCETTA”: per natura io sono portato a non accettare mai nulla. Poi, la maggior parte degli scritti che sarebbe forse interessante leggere, sono visibili solo accettando i “cookie”. Questi sono la più diffusa piaga della rete: accettandoli  si da il consenso a raccogliere i dati che ti riguardano in modo da poterti somministrare altra pubblicità, questa volta “mirata” in conformità ai tuoi gusti. Non credo sia eccessivo dire che la rete è diventata un inferno.

  Trovo poi il sistema touch-screen dei telefonini perfetto per innervosire gli utenti; la sensibilità, e quindi la “risposta” che si ottiene, è estremamente variabile. Molto spesso si deve “bussare” più di una volta e non è raro che la seconda volta è cambiata la pagina, e si viene così indirizzati altrove.

  C’è poi il comportamento delle ditte che confezionano i programmi, inclusi i sistemi operativi, che hanno messo in piedi metodi perfetti per  tenere al guinzaglio gli utenti. Una volta si acquistavano dei dischetti che messi nel computer installavano i programmi. Oggi i programmi si “scaricano” dalla rete e si installano: quasi tutti hanno scadenza (come lo yogurt), e tocca annualmente pagare la “tassa”. Qualsiasi inconveniente o sbaglio è a tuo carico, nel senso che ti fa perdere il programma, ed insieme i soldi che hai versato;  a differenza di quello che accadeva prima, quando avendo materialmente il programma potevi installarlo più volte se necessario. Poi c’è la qualità dei programmi: sempre più perfetti secondo le case produttrici, sempre più complicati inutilmente e sempre meno affidabili.  Parlo da utente comune, che non ha particolare competenze in informatica. Ho sempre utilizzato sistemi operativi della Microsoft, convinto come sono che non  esiste modo di sottrarsi ad un monopolio che nessuno è stato capace di scalfire. Ho cominciato con il Windows 95 e mi trovo ora col WIN 10. Il migliore – semplice, affidabile – credo sia stato l’XP; un disastro il VISTA che sono stato costretto a cambiare. Se paragono uno precedente ( il 7), usato per molto tempo, con quello che utilizzo oggi (il 10), posso dire tranquillamente che non c’è storia: infinitamente più amichevole ed affidabile il 7. Lo stesso vale per gli Office, ed in particolare per i programmi di scrittura: insuperati i 2003 e 2007.

  Un capitolo a se riguarda l’uso dell’informatica da parte della Pubblica Amministrazione. Per “agevolare” i cittadini, si è cercato di informatizzare i vari servizi, dando un ipotetico accesso facilitato attraverso l’utilizzo della rete. Devo dire senza mezzi termini che si tratta di un completo fallimento; anzi credo che per la maggior parte dei cittadini sia addirittura peggio di prima, e che molti rimpiangano i tempi passati.  L’informatica, utilizzata dalla burocrazia italiana, si trasforma in alcuni casi in strumento per sbarazzarsi della pressione di coloro che richiedono un servizio, mentre in altri casi diventa in un raffinato mezzo di tortura: qui due esempi pertinenti dei quali sono stato protagonista. Dovendo rinnovare la Carta di Identità, ho cercato informazioni in rete: dopo una piccola battaglia (siti farraginosi e poco comprensibili) ho scoperto che il primo appuntamento era possibile dopo più di un anno (la mia Carta sarebbe nel frattempo scaduta). In cerca di una soluzione, ho provato a fare lo stesso per il Passaporto; anche qui, procedura identica, è necessario attendere più di un anno. Mi è venuto in mente che il Passaporto può essere richiesto al Posto di Polizia: recandomi all’ufficio più vicino ho presentato la richiesta senza alcun problema, ed ho avuto il documento in tempi ragionevoli. Lascio ad eventuali lettori ogni commento.  Il secondo esempio riguarda la richiesta di un documento; da pensionato, devo ogni anno allegare alla dichiarazione dei redditi, la certificazione INPS. Questa quasi ogni anno cambia nome (fa parte delle torture); adesso si chiama CU. Nei tempi beati (pre-informatica) arrivava per posta; finiti quei tempi si doveva combattere col sito dell’INPS, ed negli ultimi  anni è arrivato lo SPID. Entrare nell”INPS era un incubo, ci voleva molta pazienza e tempo. Con lo Spid la tortura per l’ingresso è molto più raffinata; bisogna combattere allo stesso tempo  con le Poste e con l’INPS/SPID. Il combattimento è pieno di tranelli che obbligano a saltellare tra il computer ed il telefono, ed il tutto si svolge in un tempo limitatissimo, pena l’azzeramento di tutto il lavoro.

  Passando dagli IBM 360 che occupavano una intera stanza ai telefonini con una potenza di calcolo simile o maggiore, è certo che si sono fatti straordinari progressi.  I computers e la rete ci hanno resi molto più liberi di comunicare, informarci, svolgere lavori, fare pagamenti. Non cito la possibilità di accedere agli uffici pubblici, perché fino a quando avremo una burocrazia composta da sadici il cui hobby è la tortura dei cittadini, questa possibilità sarà negata a gran parte degli italiani. Ma su tutto questo grava una cappa (copyright di Marcello Veneziani) che diventa ogni giorno più pesante ed invasiva. Attraverso l’informatica il “Grande Fratello” ci tiene al guinzaglio e conosce i nostri gusti e le nostre debolezze. Poi, siamo martoriati dalla pubblicità e dalla sensazione di essere controllati in ogni momento.  Non è fuori luogo sospettare che in un futuro non lontano chi ci governa  possa condizionare ogni passo della nostra vita; ne abbiamo sperimentato un assaggio negli anni di pandemia, e viviamo con l’incubo che giorni ancora più bui possano arrivare.

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“Dialogare, nel sensoforte del termine, non è semplicemente parlare con, è qualcosa di più. E’ esporre se stessi alla forza e al rigore del ragionamento.”

Paolo Flores d’Arcais

 

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