Rosario Nicoletti

I SALVATORI DELLA PATRIA

In Italia, specie da quando il ceto politico è finito sul banco degli accusati, vi è la consuetudine di “chiamare” personaggi presi dal mondo della burocrazia o della finanza per occupare Ministeri o presiedere governi di “emergenza”. Due brillanti esempi li possiamo trovare nella storia recente: Mario Monti, un Professore universitario di economia, già Commissario Europeo, è stato nominato Senatore a vita, e poi, a seguito di un piccolo colpo di stato, incaricato di formare un Ministero. Un altro Mario, di cognome Draghi, con una lunga e prestigiosa carriera alle spalle, culminata con la Presidenza della Banca Centrale Europea, è stato incaricato di formare un nuovo governo a seguito della crisi del ministero appoggiato dal Partito Democratico e dal Movimento 5Stelle. In queste due circostanze – simili per certi aspetti – la stampa che conta ha versato fiumi di melassa per blandire questi due personaggi; nel caso del secondo siamo arrivati al grottesco che, all’inizio delle conferenze stampa, Mario Draghi veniva accolto dagli applausi dei giornalisti, trasformatisi in tifosi del personaggio. Le due storie alle quali ci riferiamo meritano di essere esaminate; simili per alcuni aspetti, sono entrambe caratterizzate dal coro di trombe che ha accompagnato la loro nascita, e, specialmente nel secondo caso, la cieca solidarietà della stampa si è protratta sino (e finanche dopo) alla conclusione del mandato. Ma se si fa un bilancio sui risultati che questi personaggi hanno ottenuto si deve concludere che i successi strombazzati ai quattro venti sono quanto mai effimeri, mentre i danni durevoli sono numerosi.

Mario Monti venne chiamato a formare un nuovo Governo a seguito delle dimissioni dell’ultimo Ministero Berlusconi. Si respirava un’aria di estrema precarietà: non si sa per quale motivo, forse per una momentanea mancanza di liquidità, i giornaloni scrissero che l’Italia era sull’orlo della bancarotta. Il Sole 24ore se ne uscì con un titolo allarmante: “Fate presto”. In realtà, i fondamentali dell’economia – debito pubblico, PIL – erano di gran lunga migliori di quanto non siano divenuti in seguito; ancora oggi non è chiaro che cosa stesse per succedere di terribile, vero o falso che fosse. Il mistero della situazione economica di quel momento non è

stato mai più chiarito, come sempre accade in Italia per le questioni più controverse; si cristallizzano nel tempo due partiti, incapaci di comunicare tra loro per giungere ad una narrazione condivisa. Per la verità, l’unico dato preoccupante era lo “spread”, la famosa differenza tra il tasso di interesse dei nostri bond e quello della Germania, paese di riferimento per la sua solidità finanziaria. Chiamato in soccorso dell’Italia, in quattro e quattr’otto, come suole dirsi, il Prof. Monti mise su un governo reclutando una comitiva di alti burocrati e professori universitari , che ebbe immediatamente l’appoggio entusiasta di quasi tutto il Parlamento, incluso i gruppi Berlusconiani: come da richiesta dei giornali questo Ministero “fece presto” ad azzoppare l’economia italiana, contraendone i consumi, senza tuttavia che la terapia “urto” sortisse effetti duraturi sul famoso spread; questo infatti risalì durante il governo Monti a valori quasi uguali a quelli che avevano provocato lo stracciarsi delle vesti dei benpensanti, senza però provocare simili reazioni.

Con il Ministero Monti cominciò il periodo dell’austerità, o, come preferiva dire lo stesso Monti, quello dei “compiti a casa” scritti sull’agenda dalla Commissione Europea. Vennero subito introdotte alcune tasse su “beni di lusso” (imbarcazioni e altro) che ebbero l’immediato risultato di provocare la fuga verso altri paesi dei consumatori tartassati. Furono stabilite nuovi balzelli sugli immobili e sulle rendite finanziarie. La persecuzione dei cittadini abituati al lusso diede luogo ad alcuni grotteschi episodi di “caccia” a presunti evasori, rintracciati in località note per lo sfarzo di alberghi e locali pubblici. L’età pensionabile venne portata a 67 anni: la madrina di questa operazione fu la Professoressa Elsa Fornero della Università di Torino, che versò lacrime in diretta quando espose in pubblico la “sua” riforma, con la quale un folto gruppo – circa trecentomila persone – si ritrovò in una specie di limbo, senza lavoro e senza trattamento di quiescenza. Infatti, coloro che avevano programmato la pensione entro il 31.12.2011 si videro spostare di anni la data, pur essendo usciti dal lavoro. Non per nulla Beppe Grillo, comico prestato alla politica, in quel periodo in piena ascesa nei consensi, sentenziò trattarsi di “rigor montis”.

Se il governo Monti riuscì perfettamente a “spremere” con vigore i contribuenti, non fu altrettanto efficiente nel realizzare quelle riforme delle quali l’Italia ha urgente bisogno da più di trent’anni. Nel Dicembre 2012, pochi mesi prima di essere sfiduciato, presentò la sua “Agenda” in trenta punti: ricca di intenti, non fu altro che un catalogo di buone intenzioni. Provò a far qualcosa sul mercato del lavoro, incontrando l’ostilità di tutte le categorie coinvolte. Altro non vale neppure la pena di essere menzionato. E per concludere, vanno ricordati tre dettagli; quel governo si mise per traverso circa una candidatura dell’Italia alle Olimpiadi, “affondò” il ponte di Messina, e gestì nel peggiore dei modi una crisi diplomatica con l’India, Paese che sequestrò per anni – letteralmente – due cittadini italiani.

Molto più interessante la parabola politica seguita da Mario Draghi; un personaggio carismatico, capace, com’era stato, di tenere a bada i falchi tedeschi presenti nella direzione della BCE. Sul finire dell’anno 2020 il Governo Conte II aveva il fiato grosso, avendo mostrato tutti i suoi limiti nella gestione della pandemia: alle ondate di contagi che si susseguivano il governo aveva dato risposte irrazionali e disordinate, paralizzando l’economia. Molti dubbi circolavano sulla efficacia dell’opera svolta dal Commissario Straordinario. Interprete dello scontento si fece il “pierino” della politica italiana, Matteo Renzi, che con il suo gruppo di Senatori tolse la fiducia al Governo, nel mentre la grande stampa non faceva altro che criticare l’opera del governo. Il 26 Gennaio 2021 Conte presentava le sue dimissioni al Capo dello Stato, mentre erano già partite manovre e contatti riservati per portare Mario Draghi alla carica di Primo Ministro. Così il 13 febbraio il governo Draghi prestava giuramento, avendo l’appoggio di tutto il Parlamento, con la unica eccezione della pattuglia di Fratelli d’Italia. Tutti i partiti, tranne uno, ebbero posti nel governo.

Ben presto ci si rese conto che, pur essendo cambiato il Direttore dell’orchestra, la musica era sempre la stessa, e pochi i suonatori rimpiazzati. L’unica piccola svolta fu sulla lotta alla pandemia, con la sostituzione

del Commissario Straordinario, del quale era palese l’inettitudine al ruolo: venne scelto un Generale esperto di Logistica, dal nome rassicurante. Per il resto, la banda di incompetenti che aveva regolato la vita degli italiani provocando i maggiori danni economici e il maggior numero di morti rispetto ad ogni altro paese europeo, continuò nella sua opera nefasta. Mascherine e segregazioni continuarono senza tentennamenti. Nel Dicembre 2020 cominciarono ad essere approvati i vaccini: un furgone carico di sieri Pfizer venne portato in processione per l’Italia, quasi si trattasse di immagine sacra. Ci fu come un sospiro di sollievo: nella la narrazione ufficiale, propagandata con violenza dalla Stampa e dalla televisione, il Covid-19 era stato dipinto come un male per il quale non esistono cure, se non una vigile “attesa” ed il conforto di un blando antipiretico (tachipirina o paracetamolo). Taluni si chiedevano in che cosa consistesse esattamente una attesa “vigile”: forse era giusto attendere l’aggravarsi della malattia, per essere ricoverati negli ospedali, i quali (ahimè) non avendo cure potevano solo “intubarti” somministrando ossigeno. Pochi obbiettarono che il compito dei medici è quello di curare con sollecitudine i malati, con i mezzi terapeutici disponibili. Comunque, secondo la narrazione ufficiale, che però non teneva conto della scarsa efficacia di tutti i vaccini di coronavirus, la pandemia sarebbe stata presto stroncata dal vaccino.

Dopo alcuni mesi qualche dubbio sulla sicurezza dei sieri cominciò a sorgere; le autorità canalizzarono le poche notizie circolanti di eventi avversi sul vaccino Astrazeneca, che aveva il torto di costare all’incirca un decimo dei due a mRNA (Moderna e Pfizer). Dopo uno strano balletto, prima consigliato ad alcune fasce di età poi ad altre, venne direttamente eliminato mentre nulla trapelava sugli effetti avversi degli altri due. Oggi sappiamo che le notizie si “arenavano” o si “impantanavano” negli uffici dell’AIFA, l’ente preposto al controllo dei farmaci, come hanno dimostrato con i documenti raccolti, le trasmissioni di “Fuori dal coro” del giornalista Mario Giordano. Si noti come questo ente, nato per proteggere i cittadini, abbia in realtà difeso i vaccini e gli affari delle ditte produttrici.

Gli orrori del Governo Conte sulla gestione della pandemia sono proseguiti e si sono acuiti con il governo Draghi a seguito dell’irruzione dei vaccini. Nel mentre le autorità continuavano ad ostacolare studi ed iniziative volte alle cure, è stata messa in piedi una grottesca ma tragica santificazione dei salvifici sieri: tuttavia, si comprese poco a poco, malgrado il fuoco di sbarramento sulle notizie scomode, che l’efficacia delle punture diminuiva nel tempo abbastanza rapidamente. Così, dopo una seconda dose, ne venne proposta una terza: la vaccinazione “completa” venne resa obbligatoria per legge per gli ultracinquantenni, ed obbligatoria di fatto per tutti, con l’esclusione dal lavoro, o dalla società civile per chi non aveva un rapporto di dipendenza. Era l’istituzione del così detto Green Pass, il documento che avrebbe salvato l’umanità dal contagio, e del quale si sono innamorati subito i governanti del mondo, per la dipendenza che viene imposta ai cittadini.

Il “delirio vaccinale”, che aveva colpito le autorità preposte alla tutela dei cittadini, arrivò ad una gravità tale che furono obbligati alla vaccinazione persino coloro che avendo contratto il virus, ne erano guariti senza danno: ciò malgrado sia ben noto che l’immunità seguente al contagio di un morbo sia sempre molto più efficiente della immunità da vaccino. Sebbene una serie di studi dimostrassero che una quarta dose rendeva dopo poche settimane più ricettivi nei confronti del virus, si è continuato imperterriti a suggerire quarte e quinte dosi. E non è superfluo aggiungere che il tutto si è sempre svolto con una overdose di “scienza” somministrata al popolo da sedicenti scienziati che nelle televisioni imperversavano a tutte le ore.

Mi sono soffermato sugli sviluppi del circo pandemico perché le persone ragionevoli si aspettavano da parte del Primo Ministro un’opera di moderazione, quanto meno nei confronti della campagna dissennata contro i così detti no-vax colpevoli dei contagi, e di ogni nefandezza collegabile alla sanità; una campagna orchestrata dalle “autorità” e resa martellante dai mezzi di comunicazione. Invece Mario Draghi divenne il ferro di lancia

della persecuzione ai no-vax, ed uno dei più accesi testimonial del sacro vaccino. “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire: non ti vaccini, ti ammali e muori, oppure fai morire” queste le frasi durante le conferenze stampa, od anche: “senza vaccinazione bisogna chiudere tutto”. Quando venne istituito lo sciagurato Green Pass, pur essendo perfettamente noto alle autorità sanitarie che il vaccino non fermava il contagio, Draghi, a proposito di questa “trovata” diceva il 22.07.2021: “…. è una misura con cui gli italiani possono continuare ad esercitare le proprie attività, a divertirsi, ad andare al ristorante, a partecipare a spettacoli all’aperto e al chiuso con la GARANZIA, però, di ritrovarsi tra persone che NON sono CONTAGIOSE.” Come vedremo, l’atteggiamento di Draghi nei confronti del circo pandemico è perfettamente coerente per il modo con il quale si è relazionato con il sistema di potere sul quale era stato chiamato ad intervenire.

Va detto senza mezzi termini che la “discesa in campo” di Draghi, personaggio preceduto da chiara fama, avveniva in un momento del tutto particolare della vita politica italiana. Oltre alla pandemia e ad sostanzioso prestito ottenuto dall’Europa, il così detto PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), era in scadenza a breve termine il mandato Presidenziale (Gennaio 2022) e tutti gli osservatori erano dubbiosi sulla possibilità che un parlamento raccogliticcio, la cui maggiore forza politica aveva un gruppo parlamentare di soggetti reclutati avventurosamente sul WEB, si sarebbe messo d’accordo sul Nome da portare alla Presidenza della Repubblica. Ora non si sa se coloro che contattarono Draghi perché assumesse la carica di Primo Ministro fecero anche balenare la possibilità che lo scranno più alto di Palazzo Chigi non fosse altro che una pedana per arrivare alla più alta carica dello Stato. Sta di fatto che lo stesso Draghi accarezzò questa idea, certo come era che il suo cursus honorum glielo consentiva; ed in una conferenza stampa si lasciò sfuggire la frase che lui era “un nonno” a disposizione del Paese. Come tutti sanno, alla Presidenza della Repubblica venne poi confermato Sergio Mattarella; ma quel sogno, poi infranto, ebbe la forza di segnare tutta l’opera del grande Draghi.

E’ ben noto che le opere degli uomini sono condizionate, oltre che dalla fredda razionalità, anche dall’animo con il quale ci si pone nei confronti dei problemi da affrontare. Draghi si trovò a capitanare una ciurma rissosa ed incompetente, non molto di versa da quella che formava il precedente governo e che aveva già dato cattiva prova di sé. Chiamato al timone per correggere la rotta, era in realtà paralizzato sin dall’inizio, non potendo dispiacere ad alcuna delle componenti della maggioranza, avendo bisogno del consenso più largo possibile per realizzare il suo sogno. Trascorsero così i primi mesi, tra sorrisi e mezze parole senza avere il coraggio di intervenire sui bubboni che infettavano il percorso economico del governo: il “reddito di cittadinanza” e la miriade di “bonus”, uno dei quali particolarmente tossico, il “Superbonus 110%”. Quando il Nostro si rese conto che mai sarebbe stato votato per la Presidenza della Repubblica, la delusione si trasformò in amarezza, e rinunziò, come del resto aveva fatto all’inizio, ad incidere in profondità sull’andazzo generale, cercando solo di prendere tempo senza scosse o traumi. Il PNRR – un aiuto economico della Commissione Europea in gran parte come prestito per contrastare la crisi legata alla pandemia – prevedeva una serie di riforme da effettuare, oltre all’impegno di spendere le somme nella trasformazione digitale e nella transizione verde. In sostanza il prestito è condizionato alla esecuzione dei soliti “compiti a casa”, come li aveva definiti Mario Monti.

Mario Draghi fece sfoggio nei confronti dell’Europa di tutto il carisma di cui disponeva. Senza battere ciglio vennero così approvati i passi necessari per riscuotere i primi soldi del PNRR, nel mentre si procedeva con le “riforme”. In fretta venne approvata una riforma della Giustizia, volta a velocizzare i processi. Un espediente fu trovato per stroncarne un gran numero: per alcuni reati di larga diffusione divenne obbligatoria la querela denunzia della parte offesa. Questa “trovata” diventò il salvacondotto per borsaioli e ladruncoli assortiti. Si discusse molto di altre riforme importanti, senza giungere a conclusione. Draghi insisteva quasi quotidianamente di procedere all'”aggiornamento ” delle “rendite catastali”; altrettanta insistenza

manifestava a proposito delle concessioni balneari. Fortunatamente entrambe queste riforme si arenarono ed il problema (“ce lo chiede l’Europa”) rimase in eredità ai governi successivi. Ma a differenza del Governo Monti, la cui politica di austerità era stata bollata da Grillo come “rigor montis”, il Governo Draghi si è adoperato con successo a scassare i conti pubblici più di quanto non lo fossero già per conto loro: l’euforia conferita dai soldi del PNRR, la necessità di una politica espansiva per dimenticare la crisi economica dell’epoca pandemica, il sorriso sui volti normalmente arcigni della Commissione Europea ( un effetto Draghi), tutti fattori che, messi insieme, hanno portato a spendere spensieratamente. O meglio, proseguendo nelle spese sciagurate predisposte dal precedente governo.

Senza esitazione venne prorogato negli anni a venire il “reddito di cittadinanza”, una trovata dei 5stelle, festeggiato alla nascita come una definitiva vittoria sulla povertà. In realtà questo strumento, utile in un certo numero di casi, era congegnato in modo da prestarsi ad un enorme numero di truffe. Inoltre, e questo era forse l’aspetto più grave, ha creato la diffusa aspettativa che lo Stato debba provvedere al sostentamento di ciascuno, senza la partecipazione attiva dell’interessato; ad esempio i lavori stagionali con retribuzioni modeste vengono rifiutati dai percettori del “reddito”. Un’altra “trovata” del Governo precedente era il “Superbonus110%”, facente parte del filone assistenziale (bonus sempre e ovunque) tanto caro ai 5stelle. Qui si ha a che fare con vero mostro, che fa scempio di logica e buon senso: dando un bonus che copre più di quanto l’interessato spenda, si sposta automaticamente l’interesse da chi è il percettore a chi invece si occuperà della realizzazione dei lavori relativi. Semplificando, si possono fare dei lavori perfettamente inutili solo allo scopo di far lavorare ditte, professionisti, fornitori. Questo al netto della corsa creata da una tale “provvidenza”, che ha intossicato il mercato delle costruzioni (lavori scadenti, truffe). In questo caso, a differenza del reddito di cittadinanza, il Governo cercò di mettere degli argini, ma lo fece in modo trasversale, non potendo inimicarsi il maggior partito che lo sosteneva: le modalità e le procedure per accedere al Bonus furono variare una quindicina di volte, gettando nel caos il comparto costruzioni. Alla fine, il risultato è stato che diverse decine di miliardi di debiti sono rimasti “incagliati”, e nessuno sa che fine faranno. La superficialità nell’opera di Draghi si è manifestata anche in altre occasioni. Il sinistrismo alle vongole dei partiti che sostenevano quel governo portò a tassare gli “extra-profitti” dei fornitori di gas e luce. Da questa tassa si sarebbero dovuti ricavare una decina di miliardi, regolarmente iscritti bilancio. In realtà, sono stati raccolti poco meno di tre miliardi, ed oggi pende davanti la Corte Costituzionale il ricorso sulla legittimità. Se il parere sarà favorevole, il “buco” nei conti sarà di dieci miliardi. In sostanza, chiamato al capezzale dell’Italia malata, il nostro medico non ha fatto altro che rimanere in “vigile attesa”, dapprima con la speranza del seggio più prestigioso, e poi in una indispettita rassegnazione.

Abbiamo portato due esempi di “tecnici” chiamati alla guida del Belpaese dalla storia recente. Malgrado l’entusiasmo con il quale questi due personaggi sono stati accolti dalla grande stampa, i benefici ottenuti credo siano molto limitati, se non inesistenti. Monti ha impoverito il Paese: lo ha fatto nella percezione dell’uomo della strada, che si è accorto di vivere in un paese più povero e con meno fiducia nell’avvenire. Draghi ci ha fatto vivere in una parentesi di lusso spensierato, gratificati dal sorriso delle “autorità” europee, lasciando però il conto da pagare ai governi successivi.

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