Rosario Nicoletti

CRESCITA E DECLINO

E’ purtroppo sensazione comune che l’Italia sia oramai da molti anni in un continuo, lento declino.  Chi ha avuto la sorte di essere al mondo da parecchio tempo, ed è in grado di ricordare gli anni dell’immediato dopoguerra, difficilmente riconosce nel Paese di oggi quelle straordinarie doti di intraprendenza e genialità che hanno portato l’Italia dalla povertà al benessere, facendola diventare la seconda potenza manifatturiera dell’Europa.   Se si ritorna con il pensiero agli anni ’50 e ’60, i freddi numeri della crescita economica – paragonabili solo a quelli del Giappone di allora – non rappresentano interamente la qualità del progresso vissuto dal Paese in quel periodo.  Come per miracolo fiorivano iniziative industriali – forse meglio definibili come artigiane – che erano all’avanguardia della tecnica dell’epoca. Come si fa a non ricordare che una delle prime macchine fotografiche reflex, che si affiancava alla Exacta, era la Rectaflex,  costruita da una piccola ditta romana.  Ed ancora, nel campo fotografico, la Ducati, una microcamera, era  un piccolo gioiello  con ottiche intercambiabili.   Per le automobili, la Lancia e L’Alfa Romeo si distinguevano per modelli innovativi e di grande spessore tecnico. L’Alfa uscì con la prima macchina di serie con la distribuzione a doppio albero a cammes in testa, mentre la Lancia costruiva dei veri gioielli di meccanica, tra i quali l’Aurelia, un’auto dalle straordinarie doti “corsaiole”, tali da portarla a numerose vittorie sportive, culminate con quella della Carrera Americana.  Vittoria che fu conseguita con una macchina da competizione nata dalla meccanica dell’Aurelia.    L’industria, privata o di Stato fece la sua parte: la Montecatini divenne un colosso della chimica, proprietaria di straordinari brevetti sviluppati in collaborazione con università italiane, mentre l’Agip crebbe fino ad infastidire le “sette sorelle” del petrolio.  Nel campo dell’arte, il cinema italiano si affermò in quegli anni in tutto il mondo, ed ancora oggi i maestri del cinema di oggi si dichiarano allievi e seguaci dei registi italiani di quell’epoca.  

   Difficile dire quale fosse il propellente o i diversi fattori  che hanno spinto il Paese in quel periodo verso il benessere ed il progresso. Sicuramente, vi erano alcuni degli ingredienti più semplici, ma indispensabili: alludo all’amore per il lavoro ed al desiderio di svolgerlo al meglio,  la volontà di accettare le sfide che ti pone la vita quasi quotidianamente,  l’assunzione delle responsabilità.  Poi, vi era una condizione poco riconosciuta: l’esistenza di una classe dirigente preparata da una scuola selettiva, sulla quale si può discutere  se fosse o meno una scuola di classe, ma di certo era altamente formativa.  Questo insieme di condizioni portarono a quel “miracolo economico” del quale noi siamo ancora oggi beneficiari, sia pure dopo averlo largamente ipotecato a danno delle generazioni future. 

  Personalmente mi sono sempre interrogato sulle cause che hanno radicalmente cambiato l’attitudine del Paese: alla fine degli anni ’60 l’Italia è entrata in sofferenza, ed attraverso una serie di vicende che non sto qui a descrivere  – le rivendicazioni sindacali, il ’68, il terrorismo – è giunta alla stagnazione economica ed in seguito al declino che noi oggi viviamo.  Come sempre l’economia ci indica le cause: produttività scarsa, innovazione carente, costo elevato del lavoro, pochi investimenti. Personalmente, capisco e trovo corrette tutte queste motivazioni, ma penso che non siano esaurienti.  Credo  che sia un po’ cambiata la testa degli Italiani, e la loro attitudine al lavoro, oltre al cambiamento delle  condizioni nelle quali si svolge il lavoro stesso. Per ragionare su quest’ultimo aspetto, quando ero giovane era pensiero comune che sapendo fare bene un certo lavoro, si poteva essere fiduciosi nell’avvenire. Oggi, non è così; se non conosci le persone giuste, se non hai le adatte “entrature”, puoi anche essere molto bravo, ma è difficile trovare un lavoro.  Una volta vi era un po’ (poca per la verità) di “meritocrazia”; oggi è del tutto cancellata.  Dobbiamo ringraziare di questo il clientelismo patrocinato dalla classe politica e dirigente, ma non dobbiamo dimenticare il ruolo avuto in questo senso dalle pulsioni  egualitarie della sinistra più ottusa.   Per parlare del secondo aspetto, l’atteggiamento verso il lavoro, desidero solo ricordare ciò che avveniva negli anni’50.  Le vetture dell’Atac recavano tutte un orologio (marca Zenith) piazzato in alto alle spalle del conducente. Quegli orologi, caricati a mano, segnavano l’ora esatta, e non mi è mai capitato di vederne uno fermo.  Oggi, salendo su una sgangherata vettura del trasporto pubblico, si può constatare direttamente  che il livello della assistenza è ben diverso da quello di una volta.  Anche qui dobbiamo  interrogarci, cercando di capire che cosa è cambiato. Abbiamo da un lato la scomparsa di quel desiderio di far bene il proprio lavoro, e dall’altro l’esistenza di leggi e consuetudine che rendono inamovibili i fannulloni. Vi è una vulgata che continua a ripetere che i fannulloni non esistono, e sono una invenzione dei “padroni”. Io sono del parere contrario: è una variante della specie umana poco o molto diffusa, a seconda delle condizioni ambientali.  Ed è certo che si moltiplica rapidamente in luoghi dove non esistono strumenti per riconoscere il merito e censurare i demeriti. 

   Una ulteriore considerazione: il declino del Paese è solo economico oppure riguarda ogni attività?  Un paragone della produzione cinematografica di oggi con quella di ieri sarebbe impietoso. I film di oggi prodotti in Italia sono delle sbiadite parodie rispetto a quelli dei maestri del passato. E la cosa che colpisce non è tanto la carenza dell’aspetto artistico, quanto il dilettantismo e l’improvvisazione degli aspetti di sottofondo, cioè quei dettagli che portano a somigliare in molti casi il film prodotto in Italia ad una rappresentazione della filodrammatica di una scuola.  In altre parole: non è sparita solo l’arte, ma è assente il mestiere del quale la equipe incaricata di confezionare lo spettacolo dovrebbe essere padrona.

   Dopo le considerazioni che abbiamo fatto, possiamo tentare una discussione sulle cause che hanno sovvertito la tendenza del Paese, condannandolo al declino. In estrema sintesi potrei dire che la crescita economica non è stata accompagnata da una crescita culturale e civile; questo fatto ha rallentato e poi  bloccato lo sviluppo dell’economia, ed ha peggiorato in ogni senso la qualità della vita nel Paese. La tumultuosa crescita economica del primo dopoguerra ha creato le condizioni di partecipazione alla vita politica di ampi strati della  popolazione,  fino ad allora esclusi.  A questa esigenza si sarebbe dovuto venire incontro con una cooptazione ordinata, ed un rafforzamento delle scuole, rendendole anche più adatte ad essere scuole di massa.  Non si è fatto nulla, fino a quando i moti del ’68 hanno fatto saltare il coperchio che le classi dirigenti di allora avevano messo sulla pentola in ebollizione.  Al seguito di una massa di studenti urlanti con idee poco chiare sono arrivati sindacalisti ed avventurieri  di ogni genere. Le classi dirigenti di allora – vili ed opportuniste – hanno cavalcato l’onda della ribellione con lo scopo di conservare il potere.  E’ stato travolto ogni buon senso,  è stata ritenuta sacrosanta qualsiasi  rivendicazione, ed è iniziata una corsa sfrenata alla demagogia, che non è cessata ancora oggi.  Le assurdità non hanno avuto limiti, valga per tutte la famosa affermazione dei vertici sindacali: “il salario è una variabile indipendente”. E dato che è giusto non farsi mancare nulla, il seguito del ribellismo velleitario del ’68 si è concretizzato in un terrorismo strisciante, che ha insanguinato l’Italia per più di dieci anni. Terrorismo che ha trovato simpatie in una parte della borghesia “illuminata” e in sedicenti intellettuali. Non può in questo senso essere dimenticata la tragica parabola di Giangiacomo Feltrinelli od il documento firmato da ottocento “intellettuali” di condanna per il Commissario Calabresi, presunto responsabile della morte di Pinelli. Il ruolo avuto dalla Magistratura nella sconfitta del terrorismo, e le leggi straordinarie promulgate a supporto hanno aperto la strada alla stagione di “Mani Pulite” ed a quello che è diventato oggi l’incontrastato e non contrastabile potere giudiziario, che pervade ogni aspetto della vita politica ed economica.

   Ma il peggio si preparava dal momento che le idee “rivoluzionarie” avevano attecchito nelle scuole e nelle università.   La scuola giudicata  “di classe” ha dovuto  abbandonare ogni velleità di selezione: tutti hanno diritto alla promozione, in armonia con il diritto al salario per tutti i lavoratori. E le stesse università si sono adeguate alla esigenza di accogliere una massa di studenti impreparati. A distanza di quaranta anni,  nella scuola si è arrivati al traguardo di avere quasi esclusivamente insegnanti formati negli anni seguenti il ’68, cioè nella scuola della “promozione d’obbligo”, con tutte le conseguenze del caso.

   E siamo oggi nella stagione nella quale il peggio è diventato realtà. Abbiamo una classe dirigente che fa paura per l’ignoranza, e che snocciola con sussiego una quantità di leggi una più stupida dell’altra. Basta pensare al “femminicidio”, od all’idea di colpire il “revisionismo”, o alla trovata di attribuire ad i Prefetti la facoltà di sospendere lo sfratto,  per capire quale è il livello culturale ed intellettuale di chi concepisce simili mostri giuridici. Del resto i milioni di voti raccolti da un comico che mette insieme una mandria di “cittadini”  da inviare in Parlamento  la dicono lunga sul livello culturale degli italiani. Oggi scontiamo tutti i guai fatti nel passato, mentre fosche nubi si addensano all’orizzonte, come avremo occasione di dire in altra occasione.

   Quanto sopra è quello che è accaduto in Italia nei trascorsi anni. I guasti arrecati al Paese nel suo insieme e nelle menti dei suoi abitanti sono numerosi, ed è difficile porvi rimedio considerando solo l’aspetto economico.  Moltissimi italiani, forse la maggioranza, credono che lo Stato debba provvedere a tutto, non rendendosi conto che per fare ciò deve aumentare le tasse e la sua invadenza.  Molti italiani prendono alla lettera i loro diritti, veri e talvolta presunti, mentre interpretano liberamente il dettato dei doveri; ma un paese democratico si regge e prospera quando i suoi cittadini difendono i loro diritti, ma obbediscono senza riserve ai loro doveri. Nei paesi autoritari non vi sono diritti certi, ma solo doveri. Noi viviamo una democrazia malata: sono incerti diritti e doveri, soggetti ad una libera interpretazione, anche da parte dello stesso Stato. Con buona pace di coloro che scambiano i capricci dei singoli per diritti, meritevoli di tutela.   Infine, non pochi italiani credono che sia sufficiente spartire la ricchezza esistente per essere tutti ricchi e felici, lavorando poco e con limitato impegno.

   Con tutte le loro strane idee per la testa, gli italiani sono difficilmente governabili; sarà benvenuto quel partito o movimento che riuscirà a fare opera di verità e cesserà di illudere i cittadini,  coltivando pericolose utopie, o distraendoli inventando mostri o nemici dai quali difendersi. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CONTATTI

“Dialogare, nel sensoforte del termine, non è semplicemente parlare con, è qualcosa di più. E’ esporre se stessi alla forza e al rigore del ragionamento.”

Paolo Flores d’Arcais

 

nicoletti.rosario96@gmail.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *